Recensione
Carla Poesio, Liber, 01/04/2012

Fiaba moderna tratteggiata con maestria

Una breve introduzione delinea la figura di Frank Tashlin (1913-1972), uno dei primi cartoonist statunitensi, attivo nella squadra di Disney, divenuto poi sceneggiatore di commedie collaborando con attori famosi come i Fratelli Marx, Bob Hope e Jerry Lewis. Un orso che sente l’approssimarsi dell’inverno si abbandona al letargo in una caverna, ma dopo poco tempo su questa viene costruita una grandissima fabbrica. Così, al suo risveglio, l’orso si ritrova a vagare sperduto in un ambiente che gli è assolutamente ignoto , finché non l’aggredisce il caporeparto, accusandolo di non voler lavorare. Quando l’orso proclama la sua identità di animale, l’altro lo apostrofa dandogli del “babbeo col cappotto di pelliccia e la barba da tagliare” e, come tale, lo porta a rapporto col direttore generale, da tre vice Presidenti e dal Presidente stesso della fabbrica. Tutti disconoscono duramente l’identità dell’orso che il poveretto insiste a proclamare, fin ché non lo inchiodano alla catena di montaggio. Dopo del tempo, la fabbrica chiude i battenti e l’orso è libero di uscire, ma sente arrivare l’inverno. Non osa rifugiarsi com’è solito in una caverna , ma quando le nevicate abbondanti lo lasciano mezzo assiderato, decide di trovare rifugio al coperto e si addormenta beato su un letto di aghi di pino, ritrovando così la sua identità. Il testo stringato, ma pieno di echi prolungati, le immagini eloquenti a tratti di china sottile, alternati con perfetta capacità grafica ad altri fittissimi che costruiscono la grande macchia nera del corpo dell’orso, le vignette che si succedono suggerendo il movimento del cinema d’animazione nel rappresentare l’orso stupefatto al suo risveglio dentro la fabbrica, offrono molteplici spunti di osservazione e di meditazione. Si coglie chiaramente l’imposizione martellante di diventare uomo-macchina e l’accettazione, o la scelta, di esserlo per sempre. Il lettore assaporerà infine la dolce curva del giaciglio finale di aghi di pino su cui l’orso ritrova il se stesso perduto, per non parlare della comicità intrisa di tristezza che anima anche i film di Charlie Chaplin.