Recensione
Nicola Villa, L'Indice, 01/04/2012

Per ritardare l'avvento della giustizia

Non è un caso, e neanche un mistero: che l’opera di Francesco Jovine sia stata pressoché ignorata , per tutta la seconda metà del Novecento, è frutto di un enorme equivoco dell’università e della cultura, cosiddetta, di sinistra. Una svista colpevole perché la vicenda esistenziale e letteraria di Jovine , considerato il più importante scrittore molisano, si sarebbe prestata a una giusta e specifica rivalutazione storica e postuma, come è accaduto ad esempio per Fenoglio. Nato nel 1902 in un paesino vicino a Campobasso , Guardalfiera, dove ha trascorso l’infanzia a contatto con il mondo contadino, Jovine si trasferì a ventitre anni a Roma dove si laureò e divenne assistente del pedagogista Giuseppe Lombardo Radice, avvicinandosi agli studi sul Mezzogiorno. Tornato in Molise come inviato giornalistico, scrisse quello che è considerato il suo capolavoro, Signora Ava, un romanzo sul Risorgimento visto dal Sud e sul brigantaggio, e nel 1943 aderì alla Resistenza al fianco dei militanti del Partito d’Azione e di quello comunista. Il suo dopoguerra fu breve : scrisse alcune opere teatrali e narrative e morì nel 1950, a soli quarantotto anni. Lo stesso anno uscì postumo il suo secondo libro importante, Le terre del Sacramento, un romanzo sulle lotte per la terra nel Meridione e sull’avvento del fascismo, subito insignito del Premio Viareggio. Dopo la pubblicazione di un’altra opera postuma negli anni ottanta, l’importanza di Jovine è stata, a dir poco, sottovalutata, come si sono diradate le ristampe delle sue maggiori opere. Le “terre del sacramento”, che danno il titolo a questa vera e propria epopea contadina, sono quelle appartenute alla chiesa e contese da una famiglia locale della città di Calena, i Cannavale, il cui erede Enrico è soprannominato “capra del diavolo” per il suo comportamento libertino e per il suo atteggiamento anticlericale : questi terreni non coltivati da tempo da tempo, oltre ad essere gravati da pesanti ipoteche, sono “dannati” dalla superstizione dei contadini di Morutri, il paese confinante con il feudo, che vedono nella cappella abbandonata del Sacramento , colpita periodicamente da fulmini, il concretizzarsi delle loro paure. La situazione evolve con il matrimonio di Enrico Cannavale con Laura De Martiis, la figlia caduta in disgrazia dell’ex presidente di corte d’appello di Napoli, la quale, diventando la padrona di casa, si adopera per salvare il patrimonio del marito, tra cui anche le terre della discordia. Il recupero del Sacramento passa attraverso i prestiti delle banche private e dal Credito meridionale, ma soprattutto è necessaria l’alleanza con i contadini di Morutri con la promessa dei proventi futuri e della concessione di parte dei terreni. E’ qui che entra in scena Luca Marano, figlio di una delle famiglie di Morutri, studente in legge a Napoli che appoggia il piano della De Martiis e diventa, di fatto, la guida dei contadini schiacciati dalla povertà e dalla fame. Non è rilevante svelare l’evoluzione della vicenda, per alcuni versi complessa e intricata, per altri chiarissima grazie anche al modo di raccontare di Jovine lineare e realista, ma è importante sottolineare che “Le terre del sacramento” è un romanzo in cui compaiono tutti gli elementi della “questione meridionale” nata sotto il fascismo. Soprattutto, il libro è il racconto dell’avvento del fascismo visto dalla provincia ( un racconto fatto mediante una geniale nevicata che sembra bloccare il tempo e annunciare il clima di terrore e morte futuro). Al centro della geografia disegnata da Jovine vi è una provincia del Sud, rappresentata dalla città immaginaria di Calena , dove si muovono vari attori sociali tipici, come il signorotto aristocratico locale, Enrico Cannavale, la borghese ambiziosa della città. Laura De Martiis, e il proletario Luca Marano che ha fatto della cultura e dell’istruzione la sua arma politica. Le pagine più belle sono proprio quelle della formazione e della presa di coscienza del giovane, oppure quelle della rivolta dei contadini a un sistema ingiusto da secoli. Un sistema descritto da un prete-educatore, che ricorda il Fra Cristoforo manzoniano:”Sono venti secoli che in nome di Cristo si fa di tutto per ritardare l’avvento della giustizia sulla terra. Si impedisce che la forza interna della società abbia il suo sviluppo. Si mettono i poveri contro i poveri, gli sciagurati contro gli sciagurati. Si adopera il terrore lontano dall’inferno e si fa l’inferno sulla terra”. Ed è così che Luca Marano riesce a convincere i suoi compaesani che è giusto lottare e ribellarsi all’autorità. “Siete stati sempre ingannati , (…) vi hanno fatto paura con il diavolo e con la disgrazia; ma io vi dico che il Signore non può prendersela con quelli che vogliono lavorare la terra e farla fruttare”. Grazie a Donzelli, un editore che ha una vocazione in sostanza storica e che dopo Signora Ava ha ripubblicato questo romanzo per il suo valore di documento notevole sull’avvento del fascismo, è giusto e quasi doveroso oggi scoprire e riscoprire uno scrittore meridionale notevole e totalemte ignorato in questi ultimi sessant’anni.