Recensione
di Bruno Quaranta, LA STAMPA, 16/04/1998

La favola del rigore

Per Darwin Pastorin il calcio, come la donna, è un'entità gozzaniana: mistero senza fine bello. Vicedirettore di "Tuttosport", scortato dalla certezza pasoliniana che il football è linguaggio, scende in campo sottobraccio ora a questo ora a quello scrittore, dialogando, interpretando, immaginando, lanciando il pallone oltre i soliti, frusti steccati, oltre i luoghi comuni, i logori campanilismi, i meschini "rubamazzetto". "Ti ricordi, Baggio, quel rigore?" è anche una partita giocata da Nobel privatissimi, refrattari alle imbalsamazioni, ai girotondi vanesi, spalancati alla vita, agli spericolati copioni in agguato nelle pieghe del nostro quotidiano navigare. Soriano e Camus, Arpino e Sartre e Pavese, Eric Maria Remarque (che affascinerà Claudio Gentile, la sentinella ferrea di Zico e Maradona) e Galeano, Antonio Tabucchi e Fernando Pessoa (citato a memoria da Paulo Sousa, già playmaker bianconero). Intorno al penalty che marchiò la finale mundial '94, Italia-Brasile, a Pasadena, Pastorin divaga, cuce, restaura. Donne e campioni, romanzi e ideologie, canzoni e cibi, banchi di scuola e farfalle, inevitabili àncore e muse - le Vanesse - per chi ha individuato il suo rifugio non lontano dal "dolce paese" caro al Crepuscolare. E sia saudade, dunque, ancorché accesa da una involontaria ironia e autoironia. Una vocazione genetica: l'autore vanta origini brasiliane (lo stesso giorno in cui Garrincha conquistava la maglia verdeoro), nella terra di Pelé e di Amado va e viene di continuo, mentalmente, soprattutto, esercizio per fantasisti, beninteso. Di continuo, lui tifoso del Palmeiras, rinnova il gemellaggio con la Juventus, con la nazionale Azzurra, con L'Italia, con Torino, di cui l'amatissimo Arpino gli ha indicato la chiave: la città che è "apocalisse", opposta alla campagna che è "utopia". In forma di dialogo telepatico con Baggio a tre passi dalla sfera di cuoio, a undici metri da Taffarel, Pastorin imbastisce una favola vera, scioglie un intenso debito. Via via sfilano coloro che, come direbbe Primo Levi, gli hanno offerto "un segmento, una corda ben definita". A cominciare dai genitori, battezzandolo Darwin, il nome che lo aiuterà a perforare l'ostilità di Bearzot verso il "Guerin", il foglio dove esordì. Cercò il tecnico in un ristorante, il centralinista annunciò: "Mister Bearzot, c'è un certo .. Darwin per lei". E lui, il Vecio: "Per Darwin e per Freud ci sono sempre". E così, intorno alla passione del mister per la poesia turca, nacque un'amicizia. "Ti ricordi, Baggio, quel rigore?". Una gara in quindici tempi, soffice, svelta, ingenua, ossia libera, "dittata" da un regista interiore, non prefabbricata, un dribbling sapientissimo in mezzo alle trappole che pullulano nel "mestieraccio": la superbia, il narcisismo, i grilli proustiani. Una prova di stile, quindi. (A proposito: non è almeno un colpo di tacco maradoniano il pubblico partenopeo che, assistendo alla discesa in B della squadra ieri gloriosa, "strimpella le lacrime"?). Si, "mistero senza fine bello" il pianeta di Eupalla. Ancor più infinito se a cantarlo è una penna sensibilissima agli inchiostri sudamericani. Fra la pampa e la favela, ad attendere chi vuol capire sognando c'è sempre un ippogrifo, una magia capace di "cargar", di forzare la suerte. Darwin Pastorin non ha in serbo, né potrebbe averla, una condanna per Roby Baggio che sbaglia il rigore. Perché, quel rigore, in realtà Baggio non lo sbagliò. Fu Senna, il brasiliano Ayrton, che sceso da una nuvola corresse la traiettoria del pallone, lo sospinse in un Altrove. Ma bisogna sapere di calcio - e di poesia - per intendere.