Recensione
Walter Fochesato, Andersen n.291, 01/04/2012

Un ritorno

Presso Donzelli è da poco apparso “Guardare le figure. Gli illustratori italiani dei libri per l’infanzia” di Antonio Faeti. Ritratta di una nuova edizione del volume che apparve presso Einaudi nel 1972, nella prestigiosa collana dei “Saggi” e quindi ristampato in più occasioni , ancora non molti anni orsono. Rispetto ad allora l’autore non ha voluto toccare o correggere nulla, anzi l’opera si presenta come un’anastatica, con la stessa impaginazione e le stesse pagine di allora. L’unico elemento di novità è dato dalla corposa introduzione che , dumasianamente, si intitola “Quarant’anni dopo”. Guardare le figure è stato infatti il primissimo saggio , ampio e organizzato, sulla storia dell’illustrazione ( e della letteratura) per l’infanzia nel nostro paese. Un volume che, a parte l’indubbio piacere della pagina, resta ancor oggi non soltanto attuale ma, per più versi, insuperato, una sorta di costante ed ineludibile paradigma. D’altro canto si tratta di uno dei non molti libri a cui faccio costante riferimento e che mi capita di prendere in mano e sfogliare più e più volte nel corso di un anno per rintracciare un’informazione, per confermare un dato, per confrontare un’opinione attorno a un illustratore o scrittore. Perdendomi magari a rileggerne alcune pagine o a rammentarne altre. Perché, al tempo stesso, il lavoro di Antonio Faeti è stato ed è anche altro e sarebbe limitativo e fuorviante vederlo soltanto come una “semplice” ricognizione attorno al lavoro dei “figurinai” per il periodo che va dalla fine dell’Ottocento per giungere poi sulla soglia degli anni ’40. Giustamente è lo stesso Faeti a rivendicarlo con nettezza allorché scrive: “Che cosa penso che sia , allora, mentre osa riproporlo, ben quarantatre anni dopo la sua prima ideazione? E’ un trattato di sociologia dell’immaginazione che prende a pretesto libri per bambini , ma guarda ai sogno collettivi, indaga sulle mentalità, cerca di frugare nelle cantine in cui, nel 1968, , non aveva ancora indagato nessuno”. Si tratta quindi di una straordinaria ricognizione attorno e sulle componenti pedagogiche, antropologiche e storiche che si riflettono nei libri illustrati per bambini e ragazzi. “Che cosa volevo fare, davvero, in quel lunedì di Pasqua del 1968, quando, mentre osservavo la parte su cui appoggiavo la mia collezione di libri per l’infanzia , meditavo di scrivere un libro su quei narratori, su quegli illustratori, su quegli editori, su quei libri misteriosi, ricchi di fascino ma sottratti al fervido e intenso esercizio di una vera interpretazione?” Così Faeti inizia la sua nuova introduzione, riandando a quella lontana scelta e alle sue motivazioni. Un contributo all’apparenza divagante, in realtà ben ancorato ad alcune premesse ed urgenze, un percorso dove si citano maestri ed amici , si riallacciano fili e altre trame si dipanano e ad altre strade si allude. Come quando ricorda la lettera che nel gennaio 1973 gli scrisse, a proposito di Guardare le figure, Italo Calvino rimarcando: “quella dote critica mai abbastanza lodata di saper individuare e valorizzare i minori e i minimi, di sapere che l’arte - e la letteratura – vive della minuta verità dei minori e dei minimi”. O come quando fa ricorso ad una bellissima citazione del grande pedagogista Adolphe Ferrière: “Per la verità astratte – principi, verità morali, virtù e ideali – avesse già il mezzo per comunicarli ai vostri fanciulli senza pedanteria né apparato filosofico: le favole e le leggende”.