Recensione
Matilde Passa, Leggendaria 92, 01/03/2012

Cosa significa umanità

Il loro sguardo buca le nostre ombre. Comincerò dal titolo perché in questo titolo c’è già tutto. C’è un “loro”, i diversi, i respinti, gli handicappati, c’è lo “sguardo”, quel mettersi di fronte agli altri con il coraggio di guardarli negli occhi e, se gli occhi sono spalancati, eccoli penetrare fino nel profondo di noi stessi e “bucare” la parete dietro la quale si annidano le nostre paure, l’angoscia di morte, ma forse più che della morte, la paura della fragilità, della vulnerabilità. «Il loro sguardo buca le nostre ombre» è una frase tratta dal Piccolo Eyolf di Ibsen. Viene pronunciata nel momento in cui i due genitori finiscono di dilaniarsi a vicenda e si assumono la responsabilità delle loro vite e delle vite degli altri, dopo la morte del figlio handicappato. Ed è esattamente quello che la vita ci chiama a fare quando veniamo messi di fronte a eventi che alterano la “normalità” del nostro quotidiano. Questo è accaduto a Julia Kristeva, la filosofa, semiologa, psicoanalista, fine studiosa del mondo femminile. Un’esperienza di vita, la nascita di un figlio portatore di handicap, la chiama a incarnare il suo pensiero, le sue ricerche, le domande sulla vita e sulla morte. Si interroga, Julia Kristeva, ci interroga, su cosa significa la parola vita. E lo fa insieme a Jean Vanier, cattolico innamorato di Gesù, fondatore dell’Arca, una comunità dove si vive e si lavora insieme a persone con gravi handicap fisici e psichici. È Kristeva, impegnata a combattere perché la Francia accolga fino in fondo la vita dei portatori di handicap, a compiere una visita all’Arca, il centro dove passa un’esistenza, che definisce felice, Jean Vanier ormai ottantaduenne, e dal quale sono partite iniziative sfociate nella creazione di 35 centri sparsi per il mondo. Dall’incontro con Vanier, Kristeva torna con un’impressione indelebile che vuole mantenere viva, far crescere dentro di sé. Avvia una corrispondenza epistolare con l’anziano filosofo cattolico, forse perché, quando ci si confronta con le domande ultime, si chiede soccorso alla scrittura manuale, al corpo-mente, al pensiero che si misura con la materia. «Nell’epoca degli sms e di Facebook – è Kristeva che parla – non pratichiamo più la corrispondenza come una delle belle arti: né testamento, né confessione, né romanzo ». Ne scaturisce un libro sconvolgente, nel senso etimologico nel termine, perché sconvolge la nostra coscienza, così autentico, così denso di rimandi e significati che si dispiegano nel corso delle successive letture. Perché forse non ne basta una, bisogna tornare e tornare a masticarlo, a digerirlo. Perché concerne, per usare le parole di Kristeva «l’idea stessa che abbiamo del significato di umanità». Partono da posizioni solo apparentemente lontane. Lei, non credente, usa le armi della filosofia, della psicoanalisi, ma anche della mistica da quando ha “incontrato” Teresa d’Avila alla quale ha dedicato un libro che Vanier definisce “stupefacente”. Kristeva ha trascorso la vita tra gli studi dell’inconscio freudiano, ma si è dedicata anche alla politica ed è alla politica che chiede il sostegno all’handicappato per trasformarlo «da povero invalido a soggetto politico». Per trasformarlo in “lavoratore” da “integrare” con i benefici di tale autonomia ma anche con i «limiti della sua gestione tecnica» e, citando gli illuministi, chiede di «liberare quella persona dall’emarginazione compassionevole dove si ha tendenza a isolarlo con l’amore». Jean Vanier è colmo di quell’amore cristiano, di quella “tenerezza” che porta ad amare l’altro in modo assoluto, senza giudizio, senza discriminazione. Trae nutrimento dalle Scritture, ricorda che le Beatitudini «descritte da Matteo e Luca implicano una gioia particolare, non nel superamento delle vicissitudini (come nel caso di Aristotele, del quale è un appassionato studioso), ma una gioia vissuta attraverso quelle vicissitudini. È una pace, una presenza sperimentata nelle vicissitudini; non si cade nella rivolta, né nella depressione; si accoglie liberamente la realtà di sofferenza trovandovi una presenza di pace in Dio». È un uomo di fede. Ma se i punti di partenza sono diversi, comune è il j’accuse contro una società che si chiude al “diverso” per paura di misurarsi con la propria mortalità, per un aggressivo senso della “normalità” alla quale tutti si dovrebbero conformare e chi non è in grado di rispondere a questo modello diventa un reietto. Dice Vanier dei portatori di handicap: «Hanno sovente visto svanire l’amore delle loro famiglie, si sono sentiti “brutti” e persino causa della scomparsa della felicità dei propri genitori. Orribile sentimenti sentirsi colpevoli di esistere e non avere un posto in questo mondo». Comune è il desiderio di incontrarsi per accogliere le diverse visioni del mondo, una sfida ma anche un’occasione impostaci dalla multiculturalità; identica è questa volontà di far comunicare religioni diverse, andare al fondo del cuore umano. E se Kristeva ricorda che «anche quando una persona non ha accesso al significato del linguaggio e del pensiero, essa è animata dal sentimento affettivo: infinitesimali e incommensurabili gioie e sofferenze. Quel senso anima il nucleo pre-politico e pre-religioso dell’essere umano, là dove il legame della tenerezza racchiude in effetti il segreto della sopravvivenza», Vanier aggiunge che «il nuovo umanesimo deve nascere a partire da culture e religioni diverse. Si realizzerà accogliendo il diverso come persona singola e unica, capace di aprirsi all’infinito e all’universale». Perché sì, l’handicap è solo una delle tante facce dell’emarginazione, la faccia più oscura, la più dolorosa. Il rivelatore del grado di maturità e di libertà che una società ha raggiunto. Avverte Kristeva: «L’ombra del nulla, la cui seduzione aumenta in tempi di rigore, austerità e disoccupazione galoppante, lascia temere per giunta che l’eutanasia dei portatori di handicap emerga dagli inconsci e dai preconsci dove sonnecchia e che, passando tra i cavilli, s’intrufoli più o meno furtivamente nelle finanziarie. Noi saremo fra quanti si opporranno a una simile barbarie. E forse l’umanesimo, in questo estremo limite della civiltà, troverà la sua vera rifondazione.