Recensione
Julia Kristeva, La Repubblica, 25/04/2012

L'importanza di vivere in un mondo innamorato

Ho scritto “Storie d’amore” in una tappa della mia vita in cui l’amore si ritraeva da me. Quale amore? Il colpo del “Grande Amore”, mito salvifico, passione consolatrice e derisoria illusione, carica umorale ed elettrica , o fulmine del destino. Un amore che aveva fatto il suo tempo. Non fu però un deserto quello che mi aspettava: su quelle rovine, con l’aiuto della psicanalisi, è sorto un altro amore, diverso dall’Amore , degno di interesse, in perenne edificazione e che continua a durare. Costruibile e decostruibile attraverso di me , fuori di me, questo amore è opera della libertà, è la mia rivolta, di rinascita in rinascita. Amore-esperienza,: amore esplorazione di ciò che fu me , che mi altera e che io altero, che mi esalta, che mi schiaccia, che io abbandono, che mi abbandona, che mi ricrea, che mi trasferisce a te, a lui. Fanatica presenza di un altrui affianco a me e in me, estremità incorporea, che si dà attraverso di me continuamente dappertutto. Parola che non è niente di ciò che io sono, ma che mi ricompone e ti ricompone, malinteso e interazione che mi sorprendono, mi spossessano, mi inabissano e mi fanno avanzare, folle evidenza. Una specie di società che né mi perde né mi tradisce, né mi delude né mi colma, che non fa altro che eccedermi, fuori del tempo, fuori dello spazio, straniera a me stessa, e-statica. Prima di te, dopo di te, in ogni istante ti raggiungo e ti perdo, ti sono e ti fuggo: te, l’amato amante; noi, liberi in amore. Amore-storia: amore che si declina in poemi, suoni e immagini, racconti e avventure, e si conclude con la storia della libertà, il cui ombelico è qui, in Europa. Trasporti o delusioni? Che importa. E’ l’infinita trascendenza dell’esperienza interiore che io ascolto in queste pagine , in controtendenza rispetto alle fiammate medianiche, alle depressioni nichiliste, alle orge pornografiche e ai vagheggi esoterici che ci distolgono dalla ragione. E la scoperta freudiana dell’inconscio e del transfert mi rivela la sua verità logica: io la seguo in un’inclusione esterna ( a meno che non sia un’inclusione interna) , nella storia dell’Occidente greco, ebraico e cristiano che, in cerca dell’Altro, ha costruito quel culto dell’”Io sono” che sa superarsi e che si chiama propriamente capacità di amare, quel favoloso mal d’amore. Universalmente umana, potenzialmente accessibile a tutti gli esseri parlanti, quest’opera della libertà che io scopro nell’amore ha ricevuto in effetti la sua forma più raffinata , la sua realizzazione più diversificata, nella tradizione europea: attraverso la religione , la filosofia, l’arte e la letteratura. Appoggiandomi alla mia pratica della psicoanalisi, ho seguito tutti i suoi rimbalzi tra gli innumerevoli avventurieri e interpreti che mi hanno preceduto, prima di acquisire – adesso ve lo posso confessare – quel sentimento di fierezza finalmente liberata da ogni senso di colpa che ormai provo nei confronti del genio europeo. Ma l’incapacità di amare, al di qua e al di là dell’essenza di amore, che trascina al fondo l’analizzante e l’analista. Ed è quella stessa incapacità che minaccia la globalizzazione iperconnessa, quando quest’ultima si illude di poter formattare individui apparentemente cooperanti fra loro a forza di chat, di sms, e di altri simili tweet, sopprimendo l’esperienza interiore in cui nasce e muore quell’estremo fanatismo nel quale il me e il te si ricreano in amore. Niente garantisce che il mondo a venire possa continuare ad essere un mondo innamorato. Se queste storie d’amore dovessero avere una fine , quest’ultima svelerebbe il male radicale che è l’automatizzazione degli umani. Il principio di precauzione circoscrive fin d’ora la libertà – che non potrebbe esistere senza rischi -, il bisogno di sicurezza rafforza le chiusure identitarie, e certe nauseabonde zaffate totalitarie invadono gli spiriti, in tempi come questi, di debito e di austerità endemici. E però io scommetto che l’amore, vissuto a partire dalla diversità delle sue storie qui riunite, possa essere uno degli antidoti più radicali, perché più intimi. In modo insolito, Immanuel Kant nella sua “Critica della ragion pura” intravede, in un lampo, la possibilità di un “corpus mysticum” degli esseri ragionevoli che vi sono….. Noi sappiamo oggi che la metafora kantiana dell’unione con se stesso e con ogni altro non può intendersi solo nel senso - compromesso e in profonda crisi ai giorni nostri – della “solidarietà” . vale a dire della “fraternità”. La conclamata universalità dei diritti dell’uomo non sempre ha portato il nostro global village a un’etica esemplare , e la trasparenza mediatica dell’era postmoderna accentua in modo più crudele che mai la persistenza della barbarie. Essendo la libertà sinonimo di desiderio, come posso io entrare fino in fondo in “unione” con i miei desideri e con quelli di ogni altro se non esiliandomi da quel me che ho appassionatamente esplorato , per trasmutare le mia pulsioni e i miei stessi desideri, attraverso l’ascolto della libertà di ogni altro, dell’Ogni Altro?. Questo patto, che tiene sotto il suo imperio l’uomo e la donna in cerca di etica , non si riduce alle sole leggi morali: le trasforma in amore assoluto.