Recensione
Antonio Gnoli, La Repubblica, 15/04/2012

Se "l'aura" di Benjamin di allontana da Bossi

La rottura del “cerchio magico” per certi versi somiglia alla perdita dell’aura, di cui parla Benjamin in L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica. In entrambi i casi si assiste al venir meno della sostanza “cultuale”, ossia quel legame sacro e non scritto grazie al quale il potere ( di un quadro, di un uomo) si fa seduzione intangibile e misteriosa. C’è qualcosa di premoderno nell’immagine che si avvaleva tanto dei riti compiuti sulle rive del Po quanto dei libri esoterici e divinatori ritrovati nella mansarda della moglie del capo. Naturalmente Benjamin non serve a spiegare il destino di Bossi né le azioni di quest’ultimo rendono più intelligibili i testi del pensatore tedesco. Eppure nel castello fatato di Gemonio le pratiche domestiche si tingono di evidenza politica, secondo lo stile dell’arcana imperii: nel gioco di un segreto, protetto da un cordone invisibile e da pretoriani compiacenti e determinati. Ma il richiamo al testo di Benjamin ( di cui oggi abbiamo tre versioni curate da Fabrizio Desideri per Donzelli e quella introdotta da Cacciari per Einaudi) non è del tutto casuale. Lì si chiude una partita che forse per riflesso qualcosa dovrebbe insegnare anche al nostro modo di far politica. Si tratta di quell’unicità che ogni tanto ancora affacciarsi nel nostro orizzonte e che Benjamin chiama “il Qui e Ora dell’opera d’arte”. Ossia il suo essere presente in un singolare intreccio di spazio e tempo. Ogni politica che aspira al gesto fondativi – e Bossi ne fu un esempio anacronistico – ripensa proprio quell’intreccio di spazio e di tempo: il luogo dove si genera un nuovo campo di forze, tra tradizione e rottura. Sopravvivenza di qualcosa di remoto che il grottesco (l’altra faccia del tragico politico) ha trasformato in maschera italiana.