Recensione
Camilla Tagliabue, Il Sole 24 ore, 15/04/2012

Naufragar è dolce a Cape Cod

Cape Cod. Un luogo dell'anima americana: per il lettore a digiuno di Oceano, l'editore (Donzelli) inventa un luminoso sottotitolo e aggiunge, introducendo il libro di viaggio di Henry David Thoreau, una illuminante nota di servizio. Filosofo e scrittore, da molti considerato un ambientalista ante-litteram (Walden) e uno dei primi teorici della nonviolenza (Disobbedienza civile), Thoreau esplorò la penisola del Massachusetts tra il 1849 e il 1855, a piedi e in diligenza: dalle tre peregrinazioni, questo indocile "animale di terra" trasse una serie di conferenze. La raccolta fu pubblicata postuma nel 1865, ed è finalmente disponibile in italiano dalla fine del 2011, poco prima del naufragio della Costa Concordia. Infausto tempismo: l'avventura inizia con un naufragio. Thoreau si permette il lusso di non sfoggiare una pelosa retorica: si affretta sul posto, e prende appunti. Osserva i sopravvissuti, gli abitanti della costa, gli uomini rimasti all'asciutto dalla tragedia, la cui vita continua tra una raccolta di alghe e una raccolta di salme: «Perché prendersene cura? Esse davvero non hanno altri nemici se non i vermi e i pesci». La morte è un fatto, nemmeno troppo pietoso: «Io avevo come l'impressione che tra i cadaveri e l'oceano ci fosse un'intesa che di fatto mi lasciava fuori, con le mie condoglianze lagnose. Quella salma s'era impadronita della spiaggia e regnava su di essa come nessun vivente avrebbe potuto». Anche il «naufragio con spettatore» non va preso troppo sul serio: l'Atlantico di Thoreau non conosce le vette del sublime kantiano, è pacificamente insondabile, altro, indifferente. L'unico crimine concesso all'uomo è la lesa maestà della natura, poco più che uno sberleffo: l'oceano non è «né grandioso né sublime, ma bellissimo come un lago... La riva del mare è persino un posto banale. È un luogo selvaggio, esuberante e privo di qualunque lusinga... Qui la natura è nuda, disumanamente franca, non spreca un pensiero per l'uomo, sbocconcellando la riva scogliosa dove i gabbiani volteggiano tra gli spruzzi». Mutuando un'espressione di Nabokov, Cape Cod ha «la precisione della poesia» e «l'ebbrezza della scienza pura», a metà tra il reportage "fotografico" e il taccuino di impressioni; anche Thoreau è un autore-entomologo, perfettamente a proprio agio in questo e altri paradossi, ad esempio, mentre si lascia andare alla misantropia, celebra l'uomo in tutta la sua limitata grandezza: «Gli abitanti del Capo sono fuori a tirare la loro carretta su qualche rotta oceanica e la storia di uno dei loro viaggi ordinari metterebbe nell'ombra la spedizione degli argonauti». Il gusto per il limite è di matrice classica: Omero e il suo «Mare Viola», e poi Plinio, Strabone, Erodoto... Persino con gli Antichi Maestri bisogna andare cauti, sdrammatizzarli un po': «Di quando in quando inserisco una citazione in greco perché è una lingua che ha un suono molto simile a quello dell'oceano, anche se dubito molto che il Mediterraneo di Omero sia mai stato così rumoroso». L'importante è non «solcare il mare con animo prosaico», vagliare tutto con l'occhio del botanico, del naturalista, limitarsi alla descrizione, non dare spiegazioni, prenderla con filosofia, non fare filosofia; dopotutto, i primi pensatori erano scienziati della natura, fisici, non metafisici: «A che serve un fondo se è fuori dalla vista, se è a due o tre miglia dalla superficie e si è già annegati molto prima di raggiungerlo?». Naufragar è più dolce tra le piane di Nauset, le spiagge, i pescatori di ostriche, il faro, i barili di Boston, le meduse «squagli di sole», i globicefali, pesci trascurati da tutti i manuali e rapporti zoologici, e acqua e deserto: addentrandosi into the wild, bisogna trattare con pensosa leggerezza pure se stessi, come quando l'autore e il suo compagno sono scambiati per rapinatori di una banca e inseguiti a loro insaputa: «Noi, invece, l'unico banco che abbiamo forzato è quello di sabbia del Capo e ne abbiamo ricavato solo una vecchia corona francese, alcune conchiglie e tanti ciottoli, oltre ai materiali di questa storia». Thoreau è consapevole che nessun pensiero, nessuno scritto riuscirà mai a rendere ragione dell'incommensurabilità della natura («leggere queste righe tenendosi una conchiglia premuta all'orecchio»); il viaggio è sensuale, non razionale, con tutti i sensi, non solo con la vista. L'acuto voyeur sa che «non sta tutto negli occhi»: «Le persone parlano di viaggiare di qua o di là, come se a un uomo fosse sufficiente riferire ciò che è accaduto fisicamente davanti a lui, quando invece il vedere dipende sempre dall'essere. Ogni resoconto di viaggio è il resoconto di una vittoria o di una sconfitta, di una sfida con ogni evento e fenomeno, e di come se ne è usciti». Ecco perché le tavole illustrate che accompagnano il libro – dieci dipinti di Edward Hopper – non sono necessarie, alla meglio depistano. È vero che il pittore ha dato un'immagine a Cape Cod, ma questa non aggiunge o toglie nulla alle parole dello scrittore, che da sole bastano a «fare un quadro», a dare forma ed evocare il «luogo dell'anima americana». Per approfondire, è meglio allora spulciare altri pensées di Thoreau: Piano B ha appena pubblicato La semplice verità, una selezione inedita dei suoi diari e di quelli di Ralph Waldo Emerson, suo amico e collega «trascendentalista». Ordinata con criterio cronologico, a voci alterne come in un dialogo immaginario, la raccolta è una miniera di succosi aforismi, imperdibili quelli scritti negli anni del viaggio a Cape Cod: «La vera domanda non è: "Dove è andato il viaggiatore? Quali luoghi ha visto?", bensì: "Chi era il viaggiatore? In che modo ha viaggiato? Quale autentica esperienza ne ha tratto?". Viaggiare è lo stesso che restare a casa, e pertanto la vera domanda è: "Come vivi e ti comporti a casa tua?"». Tra «i sermoni dei metodisti e i sermoni dei marosi», un dio resta sullo sfondo: spirituale e muriatico, chirurgico ed elegante, Thoreau non cede al nichilismo, non cade nello scetticismo, eppure non resiste alla tentazione di demolire, con garbo, anche l'«anima americana», la superbia dei Padri Pellegrini che espropriarono le terre ai nativi: «Nessuno sembra essere stato l'unico proprietario dell'intera America prima che arrivassero gli yankees... A ogni buon conto io so bene che se si possiede una cosa ingiustamente, alla fine si dovranno certo fare i conti con il diavolo». E se si ha un'anima, trattare almeno sul prezzo.