Recensione
Giordano Bruno Guerri, Il Giornale, 17/04/2012

Non si può produrre e basta. All'economia serve un'etica

Ormai ci viene chiesto di guadagnare poco, perché la competizione concorrenziale impone lo schiacciamento verso il basso dei salari; ma ci viene anche chiesto - assurdamente - di consumare molto, perché l’enorme massa dei prodotti da noi stessi realizzati deve pur trovare un mercato di sbocco. Per di più ci viene anche insinuato il sospetto che tutto sia colpa del lavoro, ovvero nostra. Per capirci qualcosa, prima ho indagato in un tomo maestoso del professor Gaetano Veneto, allievo prediletto di Gino Giugni: Il nuovo manuale di diritto del lavoro (Cacucci, pagg. 542, euro 38). Aggiornato fino alla riforma Fornero, il volumone dice tutto - ma proprio tutto - quel che si desidera sapere sulla storia, i diritti e i doveri della principale attività umana. Ma quali fenomeni e meccanismi ci hanno portato al nostro attuale rapporto con il lavoro, e quale può essere il suo futuro? Credo di avere trovato un libro adatto ai miei interrogativi, per temi, toni e dimensioni: E se lavorassimo troppo? Lo stomaco di Menenio Agrippa, gli spilli di Adam Smith e i baffetti di Charlie Chaplin (Donzelli, pagg. 118, euro 15). Autori di un così allettante titolo sono Nicola e Marco Costantino, padre e figlio come Bossi e il Trota, ma «terroni» e che hanno avuto il buon gusto di scegliersi ambiti di lavoro diversi: padre ingegnere e rettore del Politecnico di Bari, figlio economista specializzato in commercio equo e solidale (chi sa perché l’espressione mi fa sempre sorridere?) e in politiche giovanili. Come scrisse Adam Smith nella fondamentale Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni (1776), la moderna produzione industriale, permettendo di fabbricare in un giorno la stessa quantità di spilli che prima richiedeva anni di lavoro, dovrebbe liberare l’uomo dalla schiavitù della fatica. Invece l’industrializzazione non ha portato meno lavoro per tutti, ma più disoccupazione. Tentativi come quello francese, recente, di portare la settimana lavorativa a 35 ore, sono sostanzialmente falliti a causa di una spietata concorrenza internazionale. Il progresso tecnologico e la crescente globalizzazione dei mercati hanno provocato enormi aumenti di efficienza produttiva, ma anche a un progressivo impoverimento dei lavoratori, costretti a competere tra di loro, globalmente, sulla base di salari sempre più bassi. Disoccupazione e angoscia, piuttosto che aumento del tempo libero e della qualità della vita. A questi parametri si sostituisce, moderno Moloch, il Pil, ovvero la ricchezza prodotta all’interno di un Paese, che non necessariamente corrisponde al benessere dei suoi cittadini. La lotta per ottenere un Pil sempre più alto non tiene in conto la qualità della vita calcolandone - e male - solo la quantità: si continua «a sottovalutare innegabili fattori di benessere quali l’ambiente, l’aspettativa di vita (cioè la salute pubblica), i rapporti sociali, il tempo libero, la sicurezza sociale, la cultura ecc., solo perché sono molto più qualitativi che (monetariamente) quantitativi». Facendo capire, anche a un ignorante di economia, di cosa si parla, i due Costantino riescono a spiegare come la soluzione della crisi possa non passare soltanto per i sacrifici di lacrime, sangue e sempre più lavoro. Tagli alla spesa pubblica e aumento delle tasse - che «finiscono per colpire soprattutto i soggetti più deboli, senza arrivare al cuore del problema» - sono soluzioni momentanee per una crisi, invece, epocale. Per gli autori è necessario «un ritorno alle origini, quando l’economia era considerata una branca dell’etica. Mai come in questo caso si tratterebbe di un passo indietro per farne molti in avanti». Per esempio? Il commercio equo e solidale, spiegato finalmente senza enfasi, in un modo che mi ha evitato il ghigno abituale; la finanza etica, il microcredito, il lavoro nel no-profit, differente da quello tradizionale per le motivazioni che ne sorreggono i presupposti e portano i dipendenti a accettare anche livelli salariali inferiori. «A livello mondiale i patrimoni gestiti con criteri di responsabilità sociale hanno raggiunto il 10 per cento del mercato». Si tende insomma a sfatare, come non del tutto utopistiche, teorie che smentiscono il celebre primo principio dell’economia secondo F.Y. Edgeworth, cioè che «ognuno è mosso esclusivamente dal proprio interesse personale». Lungi dall’essere fanatici marxisti, gli autori pongono un problema che, ahimè, costringerà i loro lettori - me di certo - a altre letture. A lavoro si aggiunge lavoro.