Recensione
Franco Lo Piparo, La Stampa, 30/03/2012

Gramsci sulla via del

E’ impossibile discutere dell’originalità di Gramsci senza tener d’occhio la specificità e complessità del comunismo italiano del secondo dopoguerra. Recentemente Alfredo Reichlin in una lettera aperta e Emanuele Macaluso ha scritto: “Tu ed io siamo stati dirigenti di un partito, che si chiamava comunista. Non credo che abbiamo tanto lottato perché volevamo dare all’Italia un regime comunista. Il nome non corrispondeva alle cose”. (Il Riformista 18 febbraio). Gramsci, in questa strana e paradossale storia di un movimento politico e culturale in cui al nome (comunismo) poteva non corrispondere nella pratica e nelle intenzioni di molti la cosa ( regime comunista), svolge un ruolo? C’è qui un groviglio di eventi difficile da sbrogliare e raccontare. All’origine di tale complessità possiamo simbolicamente porre due fatti tra loro contraddittori. Primo: Togliatti fa leggere, prima della pubblicazione, i quaderni a un esponente di primo piano della cultura liberale di stampo crociano, Luigi Russo. Se decide di fare questo passo intuisce che quei manoscritti avrebbero potuto fare breccia in quella cultura. L’intuizione trova immediata conferma . Russo etichetta pubblicamente quegli scritti come espressione di un “comunismo liberale”. Era forse quello che voleva ottenere Togliatti: la legittimazione nella cultura italiana liberale del pensatore “comunista”: Secondo: Togliatti , che ha il controllo totale dei materiali, nella pubblicazione di lettere, documenti e testimonianze tende a occultare, o comunque a non enfatizzare, tutto ciò che potesse dare sostanza all’aggettivo “liberale” nell’ossimoro “comunismo liberale”. Nei discorsi e negli scritti insiste a collocare Gramsci nella linea di pensiero Marx-Engles-Lenin-Stalin. L’ultimo anello scomparirà dopo il 1956, anno della denuncia ufficiale dello stalinismo. Il risultato fu un’originale complessità. Complessità, non ambiguità o doppiezza. I testi pubblicati mantenevano una carica polisemica sufficiente da giustificare, nella coscienza di molti militanti e simpatizzanti, la non corrispondenza fra il nome (comunismo) e la quotidiana prassi effettiva. Dopo il 1964 (anno della morte di Togliatti), i testimoni diventano più loquaci, le lettere vengono pubblicate senza le omissioni dell’edizione togliattiana del 1947, gli archivi vengono interrogati con più attenzione. Dopo il 1989 (anno della caduta del Muro), studiosi una volta comunisti tornano a rifare i conti col pensiero e la prassi politica di Gramsci. Giuseppe Fiori (soprattutto con Gramsci, Togliatti e Stalin, Laterza 1991), Aldo Natoli e Giuseppe Vacca furono tra gli iniziatori della nuova ricerca storiografica. Grazie anche a questi studiosi i tempi sono maturi per porre una questione che è meglio formulare senza contorsioni retoriche: l’uomo e pensatore Gramsci, in carcere e fuori dal carcere, è comunista tout court o un comunista in crisi che si interroga se e quanto l’aggettivo liberale possa combinarsi col sostantivo comunismo? I Quaderni sono un classico del comunismo o il diario di un travagliato e incompiuto ripensamento critico della filosofia comunista? Nel mio recente “I due carceri di Gramsci. La prigione fascista e il labirinto comunista (Donzelli)” individuo nella lettera a Tania del 27 febbraio 1933 il documento in cui il carcerato ufficializza la sua estraneità alla pratica del comunismo realizzato e dei comunisti italiani (Togliatti, in primo luogo) che vi aderiscono. E’ una lettera complessa scritta in modo criptico che la cognata trasmette a Sraffa avvertendolo che è “un capolavoro di lingua esotica”. Tania usava quella qualifica con cognizione di causa avendo avuto in quei giorni col detenuto molti colloqui. Ipotizzando che l’analisi della lettera sia corretta, altre domande si affollano nella mente del ricercatore. Leggere i Quaderni col criterio interpretativo del “comunismo liberale” ( Russo se ha usato quella formula avrà pur trovato elementi che la giustificassero) può dare sorprese. Ne propongo due. In primo luogo nei quaderni scritti fuori dal carcere il termine “classe” viene sostituito con “gruppo sociale o dominante”. L’argomento dell’aggiramento della censura carceraria è filologicamente infondato. Inoltre Gramsci scrive che l’esercizio dell’egemonia può essere praticato solo in assetti politico-istituzionali liberal-democratici: “l’egemonia, (…) presuppone una certa collaborazione, cioè un consenso attivo e volontario (libero) , cioè un regime liberale-democratico”(pag.691). In tutto il passo Gramsci sta criticando la posizione di Gentile per il quale “La storia è tutta storia dello Stato” che altro non è che la versione fascista del comunismo sovietico di quegli anni. Manca un quaderno “liberal-comunista”? Una risposta sicura al momento è impossibile averla. Ci limitiamo a registrare alcune stranezze nella numerazione, che ci è pervenuta, fatta da Tania dei quaderni: un numero saltato (si passa del quaderno XXXI al XXXIII); l’unico quaderno che è conservato senza le etichette di Tania ha sulla copertina il numero 34, probabilmente il numero effettivo dei quaderni; per rendere coerente la lacuna della numerazione di Tania viene inventato da Togliatti, seguito da Gerratana, il numero IV BIS che non esiste nei manoscritti. Sono dati che sollecitano una spiegazione convincente. Francioni obietta alla mia ipotesi, condivisa da Canfora, che Tania si accorge di aver fatto un errore e cerca di rettificarlo. Ma quale potrebbe essere questo errore se la numerazione di Tania è del tutto casuale? La cognata ha proceduto in questo modo: aveva di fronte a sé la pila dei quaderni e li ha numerati secondo l’ordine in cui li prendeva. Cosa significa fare un errore di numerazione in questo caso? Concludo con le parole di Reichlin: l’ultimo Gramsci si incamminava verso quella pratica e quel pensiero che del comunismo avrebbero conservato il nome e non la cosa? La domanda non è eludibile.