Recensione
Dionisio Ciccarese, Epolis Bari, 11/04/2012

Ma il lavoro nobilita?

E se lavorassimo troppo?” Non fatevi tradire dal titolo, il libro di cui parliamo non è per... scansafatiche che vanno a caccia di una dotta giustificazione. È, piuttosto, un’illuminante guida per comprendere al meglio il momento che l’economia mondiale sta vivendo con la globalizzazione e l’esasperazione della competitività dei mercati. La sintesi dei due autori, Nicola e Marco Costantino, padre e figlio, l’uno ingegnere (è anche l’attuale Rettore del nostro Politecnico), l’altro economista è folgorante nella sua semplicità: produciamo sempre più beni che dovrebbero essere comprati da lavoratori che sono in competizione con salari sempre più bassi. Un circuito perverso e senza soluzione (a meno che, avvertono gli autori, non sia una soluzione quella di indebitarci fino all’impossibile). A guidarci è l’ossessione del PIL (il prodotto interno lordo) che misura la produzione e nulla ci dice sulla concentrazione della ricchezza e sui livelli di benessere di una popolazione. A guidare la stesura del libro (Donzelli Editore, 120 pagine, 15euro) non è un meccanismo economico per come lo intendiamo oggi (e, dunque, con prevalenti aspetti finanziari). Il ragionamento degli autori di questo libro, ha enormi implicazioni etiche e culturali (il che ci riporta alle radici di una Economia figlia della Filosofia). Innumerevoli i riferimenti bibliografici, le citazioni degli autori e i “modelli di business” che escono da una visione tradizionale del mercato puntando verso una dimensione sostenibile, solidale e lungimirante. Attenzione non c’è nulla che sia lontanamente assimilabile a teorie modaiole, evanescenti e socialconfuse. Qui si tratta di affrontare l’analisi del nostro momento con teoria economica adeguata ai tempi. Non si tratta solo di preservare un ipotetico futuro, ma di garantire un presente equo che non condanni la gran parte del pianeta a esistenze affannose e sempre più povere. Il percorso, da Adam Smith a Jeremy Rifkin transitando attraverso le visioni di Bertrand Russel e Paul Samuelson, dà la misura dello spessore della proposta dei due autori. Con un approccio che viaggia in direzione della qualità piuttosto che della quantità. Per questo il PIL è non solo un indicatore superato, ma è anche pericolosamente fuorviante giacché spinge nell’unica direzione di un aumento della produzione. Non sono pochi gli sforzi che economisti di rango stanno compiendo per correggere un indicatore (il PIL, appunto) che non fornisce informazioni su benessere e progresso sociale. Né si può dare per scontato (come accade in analisi semplicistiche) che benessere e progresso sociale siano l’esito naturale di una crescita del PIL. Questo libro va esattamente nel solco tracciato da un altro testo “La misura sbagliata della nostra vita”, firmato da tre giganti dell’economia (Joseph Stiglitz, Amartya Sen e Jean Paul Fitoussi) a conclusione di una ricerca che si è avvalsa della collaborazione di decine di studiosi di fama mondiale”. Nicola e Marco Costantino associano al rigore dell’analisi e della proposta un linguaggio capace di far comprendere l’economia anche chi non ne sa nulla. Un gran risultato. Questo libro è un viaggio che induc a riflettere sulla qualità della vita e sulla priorità delle scelte che riguardano i nostri Governi, ma anche noi come cittadini. I ragionamenti che vi sono contenuti danno valore alle motivazioni intrinseche ed estrinseche del lavoro. Le informazioni si susseguono e disegnano una rete analitica di significativa profondità. A cominciare dalla relazione tra offerta, domanda e risorse disponibili. Una relazione che risulta ribaltata rispetto al passato: il dilagare dell’offerta paradossalmente consegna molto più potere al consumatore, alla domanda. Ma risulta ambigua giacché sviluppa una pressione (con gli strumenti di marketing e comunicazione) su un cliente reso più povero dalla competizione dei mercati del lavoro. Un brutto affare che si mantiene in... equilibrio solo con l’economia del debito. Come se ne esce? I due autori auspicano (e noi con loro) un’evoluzione culturale globale giacché è inutile continuare a produrre (bruciando risorse vitali) ciò che non si riesce a vendere. Il problema a ben vedere è di prospettiva: le risorse vanno impiegate per soddisfare bisogni o esclusivamente per remunerare i fattori produttivi? Nella risposta c’è una soluzione che riconsegna all’umanità un patrimonio che sembra irrimediabilmente perduto:il tempo. L’uomo ha in questo senso un grande alleato: la tecnologia. Perché oggi esiste “La progressiva possibilità di delegare - scrivono i due autori - sempre più all’automazione la funzione di produzione di beni, riservando ai lavoratori le quote più gratificanti delle attività di produzione di beni e soprattutto di servizi: le professioni, lo studio, l’arte, l’insegnamento”.