Recensione
Gianni del Savio, Buscadero, 01/04/2012

Cape Cod fu scoperto nel 1602 , dice Thoreau

“In genere si dice che Cape Cod fu scoperto nel 1602”, afferma Thoreau verso la fine del libro, dopo averci portato in giro per miglia e miglia, tra percorsi e paesaggi diversi, venti sferzanti, viste oceaniche, onde che s’infrangono e ruggiscono, terreni, anche coltivabili, di varia, anche inattesa composizione. Sabbia, varietà di arbusti, cespugli, fiori, frutti (tutti descritti con dettagli e competenza naturalistica e botanica), crostacei, molluschi, qualche animale terrestre (pecore comprese…) e naturalmente uccelli, in particolare gabbiani. Pescherecci, battelli, velieri di passaggio, molti relitti, dai quali la gente del luogo ricava legname, per guadagnarsi da vivere, come col ferro delle ancore, e con la carne e il grasso delle balene che, oltre a essere cacciate, a volte finiscono per arenarsi e morire. Poche le case: con alcuni abitanti scambia qualche parola, per capire/carpire i loro modus vivendi, le risorse alimentari, soprattutto la pesca, ma ricavate anche da qualche orticello qua e là, persino il grano e l’uva. E naturalmente “fotografa” i fari che possono “raccontare” o far immaginare storie di naufragi e salvataggi, di partenze e approdi (lì, nel 1620 in fuga dall’Inghilterra sbarcarono dal Mayflower i Padri Pellegrini). In uno di questi verrà ospitato, e proprio Il faro di Highland è uno dei capitoli più brillanti. Partendo da Concord, Massachusetts, sua città natale, Thoreau raggiunge quei luoghi –treno e diligenza, più gambe salde- e li attraversa tre volte (“due in compagnia e una da solo”) a partire dal 1849, anno in cui uscì Disobbedienza civile (al quale guarderanno anche Gandhi e Martin Luther King), e due anni dopo aver concluso il solitario ritiro nei boschi dalle parti del lago di Walden (esperienza narrata in Walden, ovvero La vita nei boschi, fino al 1855. In tutto tre settimane d’intensa e minuziosa esplorazione di quella braccio di terra lungo circa sessantacinque miglia, fino a Provincetown, e largo mediamente cinque, compreso nella vasta area di stati allora denominata New England. Un luogo, Cape Cod, che si gioca il suo destino e quello dei suoi abitanti con le acque dell’Oceano Atlantico. Con la sua cronaca minuziosa non priva di pungente ironia (“…lo scrupoloso rispetto della verità c’impone di dire che le poche donne che abbiamo incontrato quel giorno avevano un aspetto estremamente vizzo… Non erano altrettanto ben conservate quanto i rispettivi mariti; o forse erano ben conservate come frutta secca…”), lo scrittore e filosofo ci porta per mano in un ambiente, in un tempo, in una cultura, dalla comunicazione interpersonale rarefatta, comunque minimale, che trova ancora posto in letteratura, cinema e musica. Nonché in pittura, come fa intuire la copertina del libro che, complice il titolo, ci riporta immediatamente all’opera di Edward Hopper (al quale abbiamo dedicato diverse pagine nel n. 318, dicembre ‘09), che in quel “braccio peninsulare” del Massachusetts ci abiterà qualche decennio dopo, in particolare a Truro, ispirandosi per alcuni dipinti, una decina dei quali trova posto tra le pagine di questo libro. E’ anche da questi luoghi che cominciò l’America.