Recensione
Francesco Greco, www.prolocosalento.it, 02/04/2012

Donzelli pubblica

Antonio Prete porta nella sua carne d’uomo e di poeta quell’affollamento semantico denso come mosto che rappresenta l’eredità genetica di chi accidentalmente nasce a Sud, per un fatto di meridiani e paralleli. A cui aggiunge quel grumo genetico rappresentato dall’eredità di Terra d’Otranto, isola linguistica i cui echi di culture millenarie sedimentano l’immaginario collettivo con i loro topoi profondi nell’inconscio e nella percezione del reale. Un mondo di pietre arse che, casualmente graffiate, sprigionano le scintille di una poesia che contiene il senso fatalista del tragico e del disincanto, ma anche l’affannosa ricerca del senso oscuro delle cose. Lo scorrere inesorabile del tempo, scavare la pietra per rubare il fuoco di Prometeo, l’aleph, il vello d’oro: l’azzardo barocco che fu già di Bodini e Carmelo Bene: dominare il proprio destino e in definitiva la “comare secca”: “…porta il pensiero fino all’orlo di una nuvola, / e ancora più oltre…”

Con “Se la pietra fiorisce”, Prete prosegue la conversazione iniziata, limitatamente alla poesia ( ma è anche narratore che ha pubblicato con Feltrinelli, Nottetempo, ecc. e saggista e traduttore , “I fiori del male”, Feltrinelli 2003), con Menhir ( Donzelli 2007). Stessa password per accedere a un universo che quasi rimodula un nuovo panteismo, ma in chiave meramente illuminista. Versi di materia nuda, in cerca dell’anima del mondo e della terra, che quasi ti pare di toccare come fosse l’argilla del cosmo primordiale, ai primi vagiti del Big-Bang.

La musicalità luminosa di Keats, l’aspro pathos di Neruda, ma anche sottintesi rimandi all’epos classico. Versi stranianti, dilatati, capaci di evocare mondi perduti in cui tutti vorremmo andare ad abitare , costruiti con parole dall’energia maieutica capaci di luce propria, e di dire di più di quanto espresso. Prete crede fermamente all’uomo, e nella parola, ma anche in un tempo in divenire dove l’uno e l’altra potranno avere un altro destino: “Il tempo, dicevi, che pulsa nelle vene / risponde al tempo che dorme negli ulivi (…) Dicevi ancora: il fiore che si apre all’alba / profuma il cuore della nebulosa” (Rispondenze). “Dal cuore scuro del carrubo / muovono rami leggeri / che arabescano il cielo” (…) “In alto a cerchi un falco / traccia lento l’ordito / che è riva sull’infinito”, “Elevazione”. Dall’albatros baudelairiano “col liuto dalle corde spezzate”, in cerca dell’incanto perduto, lacerato, ma “ubriaco ancora del suo azzurro”.