Recensione
Sergio Caroli, Il Giornale di Brescia, 07/04/2012

Produrre valore senza dimenticare i valori

In un’economia egemonizzata dalla finanza e non dalla produzione, il lavoro è maledizione biblica o strumento di realizzazione umana? Partendo dal celebre «apologo dello stomaco» di Menenio Agrippa, e sul filo delle opere di alcuni grandi intelletti del Novecento, ma non solo, Nicola Costantino, già dirigente d’impresa, oggi docente di Ingegneria economico-gestionale e Rettore del Politecnico di Bari, e il figlio Marco Costantino, ricercatore di Geografia economica e autore di numerose ricerche sul commercio equo e solidale, si interrogano - nel saggio «E se lavorassimo troppo?» - sull’evoluzione del rapporto tra il sistema di produzione capitalistico e l’elemento produttivo principe: l’uomo (Donzelli editore, 116 pp., 15 u). Un notevole apparato di fonti scientifiche sorregge la duplice tesi che negli ultimi due secoli l’ascesa della tecnologia e la crescente globalizzazione dei mercati hanno sì generato una formidabile capacità produttiva, ma non sempre la crescita del benessere degli individui;e che la«man invisibile» del mercato produce uno sviluppo tecnologico teso all’offerta da una parte, e alla disoccupazione dall’altra, riducendo tempo libero e qualità di vita dei lavoratori. Ne consegue una furibonda ricorsa al Pil, a danno della sostenibilità sociale, ambientale ed economica del sistema. La via di uscita, secondo gli autori, passa attraverso un sistema economico più etico e sobrio che, ponendo al centro la persona,rispetto al lavoratore-consumatore,e mutuando più felici esperimenti di economia sociale (dal commercio equo e solidale alla finanza etica) consenta di produrre «valore a mezzo di valori», e cioè civiltà.

Ingegner Costantino, nel 1960 Piero Sraffa pubblicò il celebre saggio «Produzione di merci a mezzo di merci» nel quale affrontava il problema dell’equilibrio tra quantità di produzione e prezzi, e quindi distribuzione dei redditi. Perché attualmente - è la vostra tesi - la nostra economia è caratterizzata dalla produzione di moneta a mezzo di moneta?

Il progresso tecnologico e l’ingresso nel mercato globale di paesi quali la Cina e l’India, con i loro sterminati «eserciti di riserva»di potenziali operai hanno reso la risorsa-lavoro sempre più abbondante, e quindi svalutata, mentre la risorsa-capitale diventa, pertanto, relativamente sempre più importante. Effetto di tutto ciò è che la remunerazione del lavoro diminuisce, mentre quella del capitale aumenta, con perversi effetti di accumulazione: i ricchi diventano sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri.

Nel 1972 l’economista inglese Tobin propose la tassa sulle transazioni valutarie nella misura tra lo 0,5 e l’1,1. Perché è rimasta solo sulla carta?

La Tobin Tax sarebbe utilissima per due motivi: il primo è quello di ostacolare i movimenti di capitale più rapidi e disinvolti, tipici delle più aggressive speculazioni finanziarie, il secondo è che fornirebbe risorse destinabili a scopi sociali. Purtroppo, però, applicare la Tobin Tax ad un solo mercato finanziario nazionale avrebbe l’unico effetto di spostare i movimenti finanziari sugli altri mercati. Così come per tanti problemi ambientali (si pensi agli accordi di Kyoto), le soluzioni ai problemi dei mercati finanziari non possono prescindere da approcci globali, allargati cioè a tutto il pianeta. I prodotti cinesi e indiani invadono i mercati mettendo in difficoltà le industrie occidentali. È un processo ineluttabile?

I mercati concorrenziali sono una caratteristica irrinunciabile della nostra realtà: alla libera circolazione delle merci deve però corrispondere un’altrettanto libera «circolazione dei diritti »:quando i lavoratori cinesi ed indiani avranno le stesse salvaguardie di quelli occidentali i mercati si assesteranno su livelli molto più equilibrati degli attuali.

Può spiegare perché «l’attuale crisi economica e finanziaria è determinata da un eccesso di offerta rispetto a una domanda complessivamente asfittica»?

Perché la crescita della produttività e della forza lavoro e l’accumulazione dei capitali comportano forti aumenti delle capacità produttive contemporaneamente però i lavoratori sono mal pagati (proprio perché sono troppi, e in concorrenza tra loro) e non sono in grado di acquistare le merci che essi stessi producono.

Perché resta attuale l’«apologo» di Menenio Agrippa?

In realtà ciò che resta attuale è la «truffa ideologica» dell’apologo di Menenio Agrippa, che-con la metafora dello stomaco e degli arti, indispensabili gli uni agli altri - voleva dimostrare che il parassitismo dei nobili (cioè di chi vive di rendita) sarebbe indispensabile al benessere della plebe (di chi cioè vive del proprio lavoro).

L’alternativa alla crisi è per voi costituita dalla «finanza etica». Può spiegare questo concetto?

Fare finanza etica significa ispirare le proprie scelte di investimento soprattutto a motivazioni etiche, anche a costo di contraddire le schematizzazioni neoliberiste che vedono nel massimo egoismo individuale il più potente fattore di sviluppo complessivo. Si tratta, cioè, di produrre «valore» senza rinunziare ai «valori» etici, anzi prendendoli a principio ispiratore delle nostre scelte economiche. Le positive esperienze di microcredito della Grameen Bank di Yunus,che concedendo prestiti senza garanzie a donne poverissime per consentire loro di avviare attività imprenditoriali, ottiene un tasso di sofferenze bancarie inferiore a quello delle banche tradizionali, e la diffusione sempre più ampia delle esperienze di commercio «equo e solidale » dimostrano che - a volte - le utopie funzionano meglio del realismo più cinico.