Recensione
Filippo Ticozzi, Pulp Libri, 01/04/2012

Un diario tra Sud e Nord

Un diario ritrovato dopo moltissimi anni. Due quaderni scritti durante il 1960, che riaffiorano per caso. Appunti sparsi, a volte laconici a volte scrupolosi, su quell’anno turbolento , sia per la storia d’Italia, sia per l’allora giovanissimo Goffredo Fofi. Il Nostro, insieme a un gruppo di persone molto caparbie, decide di dar vita a un progetto sociale in Calabria, sulla scia dell’operato di Danilo Dolci in Sicilia. I preparativi di quel tentativo, che fallirà, sono il collante del diario: gli infiniti spostamenti tra nord e sud, le riunioni spossanti, gli incontri, i dubbi. Ma ciò che infonde la vita a questa lettura sono le riflessioni e gli umori del giovane Fofi, intelligenza onnivora che non s’accontenta di dedicarsi alla “missione” sociale , ma che continua a muoversi instancabile , che non vuole permettersi una visione superficiale o disattenta e neanche la fossilizzazione in una “comoda” categoria. La decisione di allontanarsi da Dolci, ad esempio, ormai troppo “ufficiale”, più attento alle proprie parole che al “fare” ( lo definisce , senza troppi eufemismi, un trombone) si mescola alle tentazioni che arrivano dalle correnti di pensiero in cui si imbatte – religiose o politiche che siano. Poi ci sono i malinconici commenti, un tentativo di oggettivazione e reale tormento, alla situazione dei poveri bimbi all’ospedale neuropsichiatrico, dove Fofi segue un tirocinio; oppure il racconto , realistico e trasognato, della periferia parigina dove da poco vivono i suoi genitori. E ogni tanto compaiono tra le pagine, come rintocchi di campane (d’allarme) , i nefasti eventi di quell’anno: il governo Tambroni, i fatti di Reggio, la morte di Coppi. Puntella tutto il libro la fame letteraria: la Bhagavadg Gita, Hardy, i Vangeli, la Morante, Mann e molti altri; così come quella di cinema : la visone entusiasmante di Hiroshima mon amour e La dolce vita, l’amore per i film di Bergman , la visione a Parigi di A bout de souffle in cui “la novità c’è eccome , ma ogni tanto mi sembra troppo cinico e casuale”. La forma diaristica, nella sua compostezza senza censure, ci dona così un originale punto di vista dal quale osservare il laboratorio mentale di quello che sarà uno dei più inclassificabili intellettuali italiani.