Recensione
Ugo Perolino, Il Centro, 04/03/2012

Misaria e speranza. Il riscatto dei cafoni nel libro di Jovine

Il romanzo "Le Terre del Sacramento" dello scrittore molisano Francesco Jovine (1902-1950) fu pubblicato nel 1950 dall'editore Giulio Einaudi. Jovine era scomparso da pochi mesi, a soli 48 anni, e il suo libro postumo registrò un immediato e inatteso successo vincendo il Premio Viareggio ex aequo con "Speranzella" di Carlo Bernari. Grande affresco storico, sociale e paesistico del Molise durante gli anni di incubazione del fascismo fino alla marcia su Roma (i fatti narrati si svolgono tra il 1921 e il 1922), "Le Terre del Sacramento" aveva tutti gli ingredienti per intercettare una sensibilità e un gusto formati alla scuola del neorealismo. L'ambientazione nel microcosmo di Calena, una provincia intorpidita, satura di sottintesi e ironicamente vitale, ma soprattutto l'abilità del narratore nell'allargare lo zoom fino a Morutri e alle terre incolte del Sacramento, nel cuore di un mondo contadino eroso dalla miseria, denunciano la convinta adesione di Jovine ai modelli della grande tradizione ottocentesca, che ritagliando una tranche de vie fornivano la base scientifica alla rappresentazione sociologica e alla mimesi linguistica di un preciso ambiente umano. Corrispondevano a questa logica narrativa i dialoghi tra emigranti di ritorno dall'America, impastati di inglese e dialetto, le caute inflessioni gergali, i proverbi e i modi di dire che colorano una prosa misurata e regolare, screziata da accenti di lirismo, ma sempre fluida, rapida, affabile. La nuova edizione pubblicata da Donzelli con prefazione di Francesco D'Episcopo contribuisce a rinverdire la vivida cadenza espressiva di un racconto perfettamente godibile (Francesco Jovine, "Le Terre del Sacramento", prefazione di Francesco D'Episcopo, Donzelli, 257 pagine, 23 euro). Il romanzo di Jovine apre una prospettiva sul Novecento, di cui fornisce una «lettura à rebour e in progress», come osserva nella prefazione D'Episcopo, interamente centrata sul tema della giustizia sociale come bisogno primario e afflato pre-ideologico corroborato da spinte millenaristiche: «L'idea di un Dio fattosi uomo, per ripristinare la giustizia sulla terra, sopraffatta da una storia tutta squilibrata a favore dei potenti, sarà la vera chiave di volta di tutto il romanzo».La polarità positiva del romanzo è costituita dal personaggio di Luca Marano, uno studente di giurisprudenza mosso da ideali evangelici e umanitari, che tenta di organizzare i contadini attraverso forme di cooperazione per acquisire la proprietà o l'usufrutto delle terre. Il possesso della terra diventa così il motivo su cui si incentra la questione meridionale, una parabola del Mezzogiorno, delle sue speranze e dei suoi fallimenti. Sullo sfondo, il paesaggio molisano si staglia in una luce invernale carica di presagi, l'ambiente naturale riproduce e cristallizza il mondo morale e storico della piccola comunità: «C'erano giorni a Calena, lunghissimi giorni di aria perennemente crepuscolare. Le sere grigie si spegnevano nella notte senza un fiato di vento. Le nuvole sfioravano le case e le montagne erano cancellate nelle nuvole. Era la stagione del sole corto». Questo sentimento della realtà come potenza pietrificante, forza lenta e opaca, incombe sulla coscienza dei personaggi: «Dopo qualche mese Laura incominciò a sentire Calena», ne avvertì «l'antica, mortuaria saggezza», una «scienza sepolta nelle pietre» come una liturgia sacrificale. Ma nonostante queste suggestioni Jovine non è Steinbeck, si sbaglierebbe a cercare nelle "Terre del Sacramento" i toni del racconto epico, la rappresentazione biblica del destino e della dannazione. E non è nemmeno il labirinto dell'adulterio a indicare una via di fuga dalla noia di giorni sempre uguali. Madame Bovary non abita a Calena. Anche il confronto con Silone non coglie pienamente nel segno, pur sussistendo molti motivi di vicinanza. Lucido e controllato, Jovine depotenzia i colori del mito, diluisce il peso della storia; senza rinunciare alla precisione dell'osservazione, fa sfumare il formicolante gesticolare della folla di comparse e figuranti in un clima di sottile e amara comicità. Gli mancano forse la cattiveria e la tigna del moralista, per trasformarsi da scrittore "minore" in impegnativo campione della satira di costume e abrasivo umorista. I discorsi ideologici filtrano nella conversazione come schiamazzi o rumori di fondo, significativi ma al tempo stesso remoti («Notizie di eccidi arrivavano da ogni parte. Si venivano costituendo corti marziali di giovani che indossavano la camicia nera, e frugavano il paese in ogni angolo»). Lo interessano di più certe psicologie femminili, come il confronto a distanza tra la silenziosa e remissiva Clelia, cugina-amante del protagonista, l'avvocato Enrico Cannavale (che i paesani chiamano "la Capra del Diavolo"), e l'estroversa Laura, moglie di Enrico, che invece ha una mentalità moderna, disinvolta e manageriale (in effetti il confronto conduce a esiti paradossali: «Enrico, pensava Laura, aveva in Clelia una moglie e aveva sposato un'amante»). Più che sui conflitti di classe, la narrazione indugia su certi atavici conflitti tra godimento della vita e vocazione all'astinenza, tra piacere e sacrificio, eterno crocevia della coscienza sorvegliato dallo sguardo acuto del prete o del confessore. Anche il diavolo, questo tema torrido del folklore meridionale, fa brillare gli sguardi nelle feste attorno al caminetto, increspa le pieghe delle sottane piuttosto che la condotta degli uomini e i loro errori. Astinenza e piacere si contendono un campo di battaglia più impervio della politica. Al termine dell'inverno quaresime ed espiazioni hanno lo spessore di grandi eventi collettivi: «Il paese per quattro o cinque giorni si frugò l'anima. Tutto l'inverno passato accanto ai camini a ballare la tarantella, il vino bevuto, le allegre risate, i gemiti soffocati nel buio delle stamberghe che accoglievano tenebrose coppie di amanti, tornavano variamente alla memoria». Nella seconda parte del romanzo però la storia viene sbalzata in primo piano. Dopo «l'inaugurazione della sezione dei fasci di combattimento, le riunioni, i tumulti divennero più frequenti a Calena. Incominciarono ad arrivare anche oratori forestieri». Il racconto assume una dimensione corale, l'azione collettiva dei "cafoni di Morutri", i cui interessi sono rappresentati da Luca Marano, sembra preludere alla redistribuzione per enfiteusi delle terre del Sacramento. L'impresa però si complica, trova ostacoli insormontabili nell'ostilità delle autorità ecclesiastiche e nella debolezza economica degli attuali proprietari, che si sono indebitati per finanziare le opere di bonifica. Ma inevitabilmente la situazione precipita, le terre ipotecate cadono nelle mani delle banche, arrivano i primi sfratti da parte di una Società Anonima, i "cafoni di Morutri" vengono cacciati dalle terre del Sacramento mentre l'Italia, intorno e dentro Calena, si tinge rapidamente di nero ed entra nel tunnel del fascismo.