Recensione
Novella Primo, La Sicilia, 01/04/2012

La poesia linguaggio del vivente

La voce di sapiente riflessione poetica di Antonio Prete, comparatista, poeta e traduttore, ci giunge come un dono insperato attraverso il suo ultimo volume di poesie «Se la pietra fiorisce» (Donzelli 2012),importante tassello di un itinerario ricco di esperienze, vario nel suo svolgersi, e insieme unitario, marcato da un afflato poetico anche negli scritti saggistici ("critico poetante" lo hanno non a caso definito i suoi colleghi dell’Ateneo senese). Incontriamo il professore durante la tappa catanese del suo "tour" che lo sta portando in giro per il mondo a presentare i suoi ultimi lavori. - Cominciamo da "Se la pietra fiorisce". Quali sono gli elementi di continuità e quali quelli innovativi rispetto alle precedenti poesie di «Menhir»?

«Ogni libro poetico appartiene al suo tempo, ma è pur vero che nel libro appena uscito tornano temi del libro precedente, come l’orizzonte cosmologico, la meditazione sulla lingua stessa della poesia, il dialogo con altri poeti o ancora le figure che salgono dall’infanzia. Le forme dell’interrogazione e le figure che prendono voce sono però sempre diverse».

  • In che misura il suo ultimo volume di poesie tende verso quell’ideale di «fisica poetica» di cui parla nei suoi scritti?

«Ho usato quest’espressione nel senso che a essa dà Vico. La poesia è il linguaggio che ospita il vivente: accoglie il filo d’erba o il ricordo, la stella o l’immagine della madre, l’animale o il paesaggio, li accoglie dando loro presenza, voce, ritmo. Viviamo immersi in tanti linguaggi visivi, strumentali: la poesia è in scarto con questi linguaggi, è davvero la differenza».

  • «Se la pietra fiorisce» contiene anche alcune imitazioni e alla traduzione è dedicato il suo recente libro «All’ombra dell’altra lingua» (Bollati- Boringhieri). Quanto l’esperienza di traduttore ha influenzato i suoi versi?

«Anche in questa silloge ho raccolto delle imitazioni tratte per lo più da autori che amo o che ho frequentato:Jabès, Bonnefoy, Ida Vitale, Bernard Noël.

Ma l’imitazione ci riporta al tema della traduzione.

Sì, è vero, per me i lunghi anni passati nel tradurre in versi italiani Baudelaire sono stati, oltre che un intrattenimento assiduo e benefico con il poeta dei "Fiori del male", un esercizio di scrittura poetica: perché si trattava per ogni testo di trovare una corrispondenza nella nostra lingua che tenesse presente la tradizione poetica nostra e allo stesso tempo fosse anche espressione di una scelta personale di modi e forme. Che è poi il problema centrale della traduzione: come accogliere l’altro nella propria lingua in modo che egli non perda il suo timbro proprio e in modo che allo stesso tempo nella nuova lingua sia percepibile la voce di chi traduce?».

  • «All’ombra» è tramato da costanti riferiment alle teorie leopardiane. Quale insegnamento potrebbe giungere da Leopardi ai moderni traduttori di poesia?

«Leopardi non solo è stato un grandissimo traduttore dei classici ma ha lasciato molte osservazioni al margine delle sue traduzioni senza però voler proporre una teoria della traduzione ben definita. In questo senso è utilissimo oggi conoscere quelle osservazioni. A settembre terremo a Recanati un Convegno su Leopardi e la traduzione.. Se dovessi dire qual è l’insegnamento primo di Leopardi sulla traduzione direi che è l’invito ad avere una grande esperienza della propria lingua anzitutto, della sua storia e tradizione, del suo tesoro, e poi della lingua da cui si traduce».

  • Alle figure della lontananza ha dedicato un suo celebre «Trattato». Che cosa rappresenta il «lontano» nella società di oggi?

«Oggi la tecnica dominante è quella compostacon l’avverbio greco tele, che vuol dire lontano: televisione, telefono, telematica ecc. Ebbene, queste tecniche spesso aboliscono il senso forte di quel lontano: la lontananza è schiacciata sulla superficie di uno schermo, di un monitor, di un display. La letteratura e le arti invece permettono al lettore, allo spettatore, di attraversare lo spessore della lontananza, perché gli danno il tempo e lo spazio per l’esercizio della sua immaginazione. Le nuove tecniche dovrebbero apprendere dalla letteratura come poter lasciare alla lontananza la sua lontananza, come attraversarla e interrogarla e conoscerla».