Recensione
Nicola Costantino, L'Unità, 20/03/2012

Se il lavoro fosse più umano

Era il 1995. Andando in Consiglio di Facoltà avevo portato con me, per ingannare l’attesa, un libro da poco iniziato: La fine del lavoro, di Jeremy Rifkin. Un amico, sedendomi accanto, e sbirciando il titolo, commentò: «Nicola, che lettura iettatoria…». Dopo pochi minuti, un altro collega (è difficile resistere alla tentazione di guardare cosa legge chi ci sta vicino…) esclamò: «Sta finendo il lavoro? Che bello! Avremo un sacco di tempo libero!». Entrambi stavano scherzando, naturalmente, ma il contrasto tra le due battute era (è) una conferma della fondamentale – e irrisolta – ambiguità che il lavoro ha nella nostra vita: strumento di sostentamento e di realizzazione professionale e personale per molti (anche se non per tutti…) ma anche condanna biblica («Con il sudore del tuo volto mangerai il pane»). Parafrasando una vecchia battuta, originariamente riferita ai proprietari di barche, si potrebbe dire che nella vita di ogni lavoratore ci sono due bellissimi momenti: il primo giorno di lavoro, che ci schiude davanti un futuro pieno di rosee speranze; e l’ultimo, spesso vissuto come liberazione da un ultra decennale asservimento che ci ha tenuto lontano dai nostri reali interessi.

Il pane di Adamo

Certo, per la maggior parte di noi (ma c’è anche chi vive di rendita…) lavorare è una necessità, ma la quantità, e ancor più la qualità e la redditività, del lavoro che ci viene richiesto o offerto dipende da moltissimi fattori: oggettivi, come sviluppo tecnologico, domanda e offerta di fattori produttivi e di prodotti intermedi e finali, congiuntura economica, finanziaria e politica; e soggettivi, quali i nostri personal skills, la cittadinanza e la residenza. Per Adamo, condannato a procurarsi il pane con il sudore del suo volto, la relazione tra quantità e qualità del lavoro da una parte, e soddisfacimento dei propri bisogni dall’altra, era di immediata e trasparente causalità, pur nell’incertezza di siccità e inondazioni. Oggi invece un lavoratore può essere minacciato da eventi lontanissimi, quali innovazioni tecnologiche di prodotto e di processo, ingresso sul mercato globale di nuovi competitors, speculazioni finanziarie, disordini socio-politici ecc., che incidono sul suo tenore di vita, cioè sul soddisfacimento dei suoi bisogni, indipendentemente dalla qualità e dalla quantità del suo lavoro.

Più in generale, il rapporto tra bisogni e lavoro appare sostanzialmente invertito: se Adamo (cioè l’uomo primitivo) doveva lavorare quanto richiesto per soddisfare una quantità circoscritta di bisogni primari, oggi possiamo soddisfare tutti i bisogni, reali o presunti (estremamente differenziati in quantità e qualità) che il lavoro che svolgiamo (o meglio il reddito che ne deriviamo) può compensare. E se è vero che l’epoca industriale ha visto una progressiva riduzione dell’orario di lavoro (da tempo attestatasi, peraltro, intorno alle 40 ore settimanali, almeno per i paesi industrializzati), è anche vero che le epoche precedenti hanno registrato situazioni molto diverse. Come ricorda Domenico De Masi, «il lavoro è un vizio recente […] prima dell’industria non solo i nobili non lavoravano affatto ma anche gli operai e persino gli schiavi si limitavano a lavorare non più di quattro o cinque ore al giorno. I contadini restavano inoperosi molti mesi all’anno. Un numero enorme di feste – pagane prima, cristiane poi – si incaricavano di riempire gli spazi vuoti dal lavoro» Il rapporto tra lavoro, produttività e produzione – nell’economia globalizzata dei prodotti (e, solo parzialmente, dei fattori di produzione) – è diventato oggi estremamente complesso, riducendo gli spazi individuali di autodeterminazione della maggior parte dei lavoratori.

Non solo: in un’economia sempre più dominata dalla finanza (e non dalla produzione) la moneta ha cessato di essere un mezzo di razionalizzazione degli scambi (e di accumulazione del risparmio), per diventare una risorsa primaria, che si accumula sempre più nelle mani di pochi privilegiati. A tutti gli altri è schizofrenicamente chiesto di guadagnare poco (perché la competizione concorrenziale impone lo schiacciamento verso il basso dei salari), ma di consumare molto (perché l’enorme massa dei prodotti da loro stessi realizzati deve pur trovare un mercato di sbocco): da qui molte delle inevitabili instabilità dei mercati, compresa l’ultima crisi del 2008, finanziaria prima, economica poi.

Come ci siamo cacciati in un simile pasticcio?