Recensione
Redazione, WUZ, 27/03/2012

se lavorassimo troppo ? Una domanda controcorrente

Parafrasando una vecchia battuta, originariamente riferita ai proprietari di barche, si potrebbe dire che nella vita di ogni lavoratore ci sono due bellissimi momenti: il primo giorno di lavoro, che ci schiude davanti un futuro pieno di rosee speranze; e l’ultimo, spesso vissuto come liberazione da un ultra decennale asservimento che ci ha tenuto lontano dai nostri reali interessi."

Il dibattito sul lavoro, perno centrale della nostra società, definizione assoluta del nostro stare insieme, prima voce della Costituzione repubblicana, riempie le pagine dei quotidiani e i dibattiti televisivi in questi mesi più di quanto l'abbia fatto nei decenni appena strascorsi. E di certo l'aver "dimenticato" il tema del lavoro per così tanto tempo è stato un male, una delle cause della degenerazione socio-economica dell'Occidente. L'equilibrio vita privata-lavoro, che sembrava definitivamente arrivato a una soluzione soddisfacente per tutti, dal datore di lavoro all'impiegato, al commesso, all'operaio, ora viene rimesso totalmente in discussione in modo così rapido e così drastico da lasciare tutti quasi sgomenti. Possibile che l'unica via d'uscita per una crisi profonda dell'economia sia la perdita di diritti acquisiti, la necessità di rimettere in gioco i tempi da dedicare all'impegno lavorativo e - purtroppo al pari - i guadagni delle classi più deboli? Negozi, grandi magazzini, fabbriche aperti anche sabato e domenica, senza straordinari ma con tradizionali turni, magari maggiorati come frequenza e impegno. Una pausa pranzo sempre più ridotta, così come gli stipendi, disancorati al costo della vita (la vecchia scala mobile, chi la ricorda più?). E poi la lotta verso un PIL sempre più alto che per contro non tiene assolutamente in conto la qualità della vita calcolandone (e male, come ci dicono gli autori) solo la quantità, "continuando a sottovalutare innegabili fattori di benessere quali la qualità ambientale, l’aspettativa di vita (cioè la salute pubblica), i rapporti sociali, il tempo libero, la sicurezza sociale, la cultura ecc., solo perché sono molto più qualitativi che (monetariamente) quantitativi".

Come ricorda Domenico De Masi, «il lavoro è un vizio recente […] prima dell’industria non solo i nobili non lavoravano affatto ma anche gli operai e persino gli schiavi si limitavano a lavorare non più di quattro o cinque ore al giorno. I contadini restavano inoperosi molti mesi all’anno. Un numero enorme di feste – pagane prima, cristiane poi – si incaricavano di riempire gli spazi vuoti dal lavoro».

"Il rapporto tra lavoro, produttività e produzione – nell’economia globalizzata dei prodotti (e, solo parzialmente, dei fattori di produzione) – è diventato oggi estremamente complesso - scrivono gli autori -, riducendo gli spazi individuali di autodeterminazione della maggior parte dei lavoratori. Non solo: "in un’economia sempre più dominata dalla finanza (e non dalla produzione) la moneta ha cessato di essere un mezzo di razionalizzazione degli scambi (e di accumulazione del risparmio), per diventare una risorsa primaria, che si accumula sempre più nelle mani di pochi privilegiati. A tutti gli altri è schizofrenicamente chiesto di guadagnare poco (perché la competizione concorrenziale impone lo schiacciamento verso il basso dei salari), ma di consumare molto (perché l’enorme massa dei prodotti da loro stessi realizzati deve pur trovare un mercato di sbocco): da qui molte delle inevitabili instabilità dei mercati, compresa l’ultima crisi del 2008, finanziaria prima, economica poi. Come ci siamo cacciati in un simile pasticcio?"

È soprattutto a questa domanda che Nicola e Marco Costantino tentano di dare una semplice, chiara risposta. Non possiamo più immaginare un incremento infinito dei mercati che riesca ad assorbire tutti i continui aumenti di produttività, a parità di impiego della risorsa lavoro. E gli autori ci ricordano un altro fattore fondamentale, cioè "la riduzione della quota di reddito destinata ai lavoratori: il loro salario è cresciuto – in termini reali – meno della produttività del loro lavoro".

Da non sottovalutare poi quella che si può sinteticamente definire l'alienazione del lavoratore: "Già nel 1835 Alexis de Tocqueville criticava l’ormai celeberrima «fabbrica di spilli» di Smith con parole di straordinaria modernità: «Cosa ci si potrà attendere da un uomo che ha impiegato vent’anni della sua vita a fare capocchie di spilli? […] Egli non appartiene più a se stesso, ma alla professione che ha scelto […]. Egli diviene ogni giorno più abile e meno industrioso e si può dire che in lui l’uomo si degradi via via che l’operaio si perfeziona»10. In quel «più abile e meno industrioso» c’è tutto il dramma della crescente divaricazione tra lavoro come mezzo di affermazione della persona (il professionista, l’artigiano, l’intellettuale) e il lavoro come schiavitù più o meno autoimposta del lavoratore «banalizzato»."

Senza una terminologia tecnica troppo complessa, gli autori ci chiariscono in modo lucido e preciso sia l'evoluzione del mercato del lavoro che di quello finanziario (e immobiliare) dando il giusto peso a ogni fattore di crisi. Diventa così più chiaro il motivo per cui nel 1972 l'economista James Tobin propose l'istituzione di una tassa (la Tobin tax di cui tanto si parla in questi mesi) da far gravare sulle transazioni monetarie e finanziarie, gestite ormai da scommettitori più che da operatori che investono in nuove iniziative imprenditoriali. Se "la finanza sottrae quote di reddito al lavoro (a favore del capitale) e il reddito da lavoro viene a essere diviso (conteso) da un numero crescente di (potenziali) lavoratori, in concorrenza tra loro" sul mercato internazionale, quale sarà il ruolo e il futuro del lavoratore come oggi lo conosciamo? Come farà - paradossalmente - a spendere sempre di più guadagnando sempre meno?

La crisi finanziaria iniziata - apparentemente - nel 2008 e ancora in pieno "sviluppo", ci dimostra che il peso che moneta e finanza hanno assunto non costituisce solo un problema etico di grandi proporzioni, ma anche "il sintomo di contraddizioni interne al sistema economico ormai insostenibili". "Necessario ampliare gli orizzonti della scienza economica e ricercare commistioni con altre discipline, come la sociologia e la psicologia. Un percorso di questo tipo sarebbe in realtà un ritorno alle origini, quando l’economia era considerata una branca dell’etica, come abbiamo ricordato a proposito dell’opera di Smith. Mai come in questo caso si tratterebbe di un passo indietro per farne molti in avanti." Esempi positivi? Il commercio equo e solidale, la finanza etica, il microcredito, il lavoro nel no-profit, differente da quello tradizionale per le motivazioni che ne sorreggono i presupposti e portano i dipendenti ad accettare anche livelli salariali inferiori. "A livello mondiale i patrimoni gestiti con criteri di responsabilità sociale hanno raggiunto il 10% del mercato": si vede uno spiraglio di luce sfatando definitivamente il binomio crescita/sviluppo? Secondo gli autori sì, e la strada da percorrere è verso "un’organizzazione sociale completamente differente, nella quale viene messo in discussione il ruolo centrale del lavoro nella vita umana".