Recensione
di Giovanni Santambrogio, Il Sole 24 ore, 22/03/1998

Elogio della lettura

Il sociologo si distingue per la capacità di capire gli avvenimenti sociali quando ancora sono in fasce. Interpreta l'esistente che si nasconde dietro mille maschere, impercettibile ai più ma pronto a divampare come un fuoco che cova sotto l'apparente immobilità del cumulo di cenere. Se l'intuizione è indispensabile, altrettanto vitale si rivela la passione di stare nelle cose, in sintonia con gli avvenimenti e con gli uomini condividendone ansie, idealità, illusioni, dolore, sconfitte. Al suo sguardo non possono sfuggire i dettagli. Il sociologo diventa spesso l'uomo dell'imprevedibilità. Una posizione scomoda, ma di grande soddisfazione perché egli opera nella cornice della libertà in azione. Il giudizio, poi, confina con il rischio dell'errore. Se lo storico lavora nel tempo chiuso, il sociologo parla del momento in divenire. Intuire l'attimo è la sua scommessa. Su di lui grava quindi una grande responsabilità, che quando viene sottostimata vela l'intera categoria. Qui si capisce l'importanza della cultura personale di chi fa ricerca: gli attrezzi del mestiere come e dove sono stati affinati? Che cosa tien deste la curiosità e la sintonia con il presente? Franco Ferrarotti è il sociologo italiano che con Nicola Abbagnano ha fondato i Quaderni di sociologia, che ha fatto conoscere al largo pubblico Max Weber. E' stato tra i primi a frequentare l'America mentre la disciplina cambiava registri, ponendo le basi del nuovo metodo di osservazione e di studio della società. Numerosi sono i suoi scritti. Ma finora era stato parco di informazioni su di sè. Leggere, leggersi offre un Ferrarotti inedito che, rivelando l'amore per i libri d'ogni genere etipo, ripercorre autobiograficamente stagioni della propria vita: dall'infanzia tormentata da malanni che lo allontanano dalla scuola ma non dai libri divorati a ogni ora del giorno e della notte, alla lunga permanenza a Sanremo da prima che finisse la guerra ai mesi della resistenza. Qui, nella cittadina ligure, c'era una bella biblioteca fornitissima di classici, ma non dei testi di Croce e di Gentile. Una lacuna che non aveva nulla di ideologico ma una semplice spiegazione economica. Dal 1911 per mancanza di fondi gli acquisti erano fermi. Allora le giornate nello stanzone silenzioso e abitato solo dal custode in grembiule nero, il giovane Ferrarotti frequenta le ricerche sulla pellagra di Alfredo Niceforo o le pagine della Folla delinquente di Scipio Sighele che inconsciamente indirizzeranno i suoi interessi verso la sociologia. Ci sono poi Olivetti e la casa editrice Einaudi degli anni epici, dove il lavoro di traduzione era condiviso con Pavese e Balbo; c'è la lunga amicizia con McLuhan, l'attenzione alla Weil e a Veblen, alla poesia e al teatro. In poche parole, a tutte le buone letture. Poi entrano in scena ed escono il padre e la madre. Leggere, leggersi si scorre d'un fiato perché è un elogio del libro come compagnia, luogo di formazione, pedagogia della mente, strumento di acquisizione di sapere e specchio per scoprire la propria interiorità. La difesa del libro, rispetto ad altri mezzi oggi dominanti, avviene senza nostalgie ma dentro la piacevolezza del ricordo che rigenera e che agisce in chi legge come una forza orientata all'azione. Il libro è vita, dice Ferrarotti, anche se tutto congiura per la sua morte. Chi lo difende ama l'identità; chi lo respinge per esaltare televisione o Internet, inconsapevolmente, cede all'omologazione. Nessuno nega la potenza dei nuovi mezzi ma la loro efficacia è tanto più elevata quanto più i fruitori posseggono coordinate per pensare, memoria storica, saperi acquisiti nel tempo lungo della lettura. L'immediatezza efficiente e la valanga di dati non lascia tracce se manca una bussola. E solo il libro e l'educazione sanno offrirla.