Recensione
Gilda Policastro, Alias - Il Manifesto, 13/03/2010

L'io, questo taglio nel telo

Se è ancora possibile che la poesia interroghi l’esistenza, sia pur modulandosi entro la dominante immanentista novecentesca, che si ponga cioè domande di senso rispetto alle quali il tono, non tragico, né tantomeno comico, torna a farsi elegiaco, è sicuramente in questo clima che si vanno a collocare I mondi di Guido Mazzoni (Donzelli, pp. 66, € 13): già critico di poesia, ora al suo esordio poetico in volume. Si tratta di un prosimetro che accosta a momenti più tradizionalmente poetici (anche soltanto nella configurazione versale, sebbene libera e non uniforme), alcuni momenti riflessivi, veicolati da una dizione propriamente prosastica. Ma non è la storia di un’anima, quella che si viene tracciando, come nei precedenti classici del genere, dalla Vita nova in poi, dove l’esperienza si configurava come maturazione e ingresso in una nuova Stimmung. Qui si è già in partenza in una disposizione conoscitiva data (e poi ribadita nei successivi passaggi): un’accertata condizione di assenza di esperienza, di un’esperienza cioè unica, o, al contrario, esemplare. I temi, perciò, i concetti si sarebbe detto una volta, ritornano, si ripropongono quasi identici in ogni testo, coerentemente. Anzitutto la configurazione della dimensione esterna alla percezione soggettiva come una sorta di membrana o di «telo», su cui si avvertono in modo intermittente e del tutto irregolare dei «tagli», brevi fratture non marcate da particolare intensità emotiva, semplicemente dei momenti di interruzione del flusso delle vite: sono proprio questi momenti, definiti ora come «apertura» ora «pausa» ora «taglio», appunto, a segnalare all’io la propria esistenza, pur non unica, pur non ripetibile, ma pur sempre configurata come sguardo sul sé e sul mondo (=i mondi, come vuole l’autore). Si tratta di momenti recuperati a varie tappe della vita, dall’infanzia in cui il telo è la parete della stanza oltre la quale litigano i genitori, all’adolescenza in cui a far velo è un vetro d’ospedale che quei genitori «cancella», alla giovinezza/maturità in cui gli schermi sono i finestrini dei treni, o le superfici del paesaggio, dai cieli o fiumi, che appaiono fugaci, in transito e altrettanto fugacemente attraversate, tagliate da squarci di vita e di consapevolezza. Tutte le forme nel loro manifestarsi, senza gerarchie fra vegetali o esseri umani, sono cesure nell’uniformità apparente delle cose, nella loro ideale compattezza e logica, svelando infine come tutto «tenda al proprio equilibrio senza alcun disegno, senza alcuna giustificazione». La poesia di Mazzoni riprende dal Novecento idealista ed esistenzialista una serie di stilemi (dalla «forma» al «velo» - der Vorhang della Fenomenologia dello spirito) che traducono in immagine il mistero dell’essere; o leopardianamente, per la consapevolezza piena della finitudine o della precarietà che impronta le esperienze, e la loro trasposizione lirica o romanzesca, in transito da modernità a modernismo («noi stessi siamo questa dispersione»; «nulla mi precede e nulla mi trascende»). Ma se Leopardi mutuando la Stimmung tragica si ostinava a compiere l’indagine esistenziale entro i termini dell’inesausta «protesta» (a dirla una volta di più con Binni), l’uomo del terzo millennio non può cedere al pathos di quelle interrogazioni insistite che rendevano la poesia leopardiana paradossalmente vitale, nel suo ossessivo ribadire la morte, la mortalità, la vanità della pretesa di un altrove. Quel Leopardi, che il Mazzoni teorico, in Sulla poesia moderna, uscito per il Mulino nel 2005, ha posto a fondamento della lirica per l’appunto moderna, grazie alla novità dell’introduzione poetica di un io empirico, in un orizzonte gnoseologico che privilegia lo sguardo (o lo straniamento) soggettivo. Delle domande leopardiane ne I mondi resiste solo l’impossibilità di una risposta, l’insensatezza moltiplicata per tutti, nella vita di «città europea di medie dimensioni» come nella «grande metropoli mondiale». Leopardi adolescente confidava alle sue carte: «mio desiderio di vedere il mondo». Mazzoni, che esordisce come poeta poco più che quarantenne, un po’ di mondo l’ha effettivamente visto, se gli scenari dei suoi mondi variano da Pisa (città della formazione, sebbene l’origine sia poi fiorentina), a Chicago, passando per Londra e Parigi. Di questi attraversamenti ciò che rimane è il senso del distacco in re, «perché nulla ti appartiene se non questo enorme repertorio, il mondo inciso dentro di te come un cristallo o una scoria» (in Gesti), in una specie di proustismo al contrario: e ben proustiano è l’andamento del passo prosastico del secondo paragrafo di Esperienza, sebbene poi il senso proustiano ne risulti rovesciato, e le memorie di «certi istanti della vita» vi si confermino non solo «per gli altri», ma persino «per le altre epoche del nostro io» come «del tutto incomprensibili». I versi di Mazzoni lo dicono con una poesia levigata, con un andamento esatto, rigoroso, asciutto, in cui non penetra praticamente nulla che non appartenga a una tradizione alta: potrebbe essere un libro scritto nella prima parte del Novecento, comunque dopo le avanguardie e prima del loro ritorno nelle forme aggiornate degli anni Sessanta. Eppure questo libro racconta in qualche momento le dinamiche di una recita sociale che non è più quella né primo né secondo novecentesca, da Montale a Caproni: «Misuriamo nei volti che ci osservano, il peso che gli altri esercitano su di noi in quanto giudici, avversari, specchi, vite possibili, lastre indifferenti dove incidere la nostra paura, i nostri desideri». Siamo nel Dieci, ma del Duemila, quando sul tavolo della conversazione fra amici si staglia improvvisamente un neonato, che dovrebbe catturare tutte le attenzioni dei commensali, «come se fosse doveroso cambiare la logica dei nostri rapporti per concentrarsi sul bambino, come se non ci fosse altro», e non è: ci si sente improvvisamente trasposti nell’epoca che altri autori hanno raccontato come del precariato, anche sentimentale, o dell’egoismo diffuso, entro cui quelle «generazioni» cui il titolo di Mazzoni si richiama non sono necessariamente garantite. Elemento che avvicinando I mondi al nostro attuale, ne fa per una ragione in più un libro attorno a cui senz’altro gravitare oggi.