Recensione
Mario De Santis, www.mariodesantis's weblog, 09/05/2010

Il dolore e la memoria

“I mondi” (Donzelli, p.66, euro 13,00) è il libro d’esordio di Guido Mazzoni – molto noto come critico specie con il saggio “Sulla poesia moderna”. In realtà è un ritorno al verso, dopo sedici anni dall’ esordio con “La scomparsa del respiro dopo la caduta” nei “Quaderni della poesia italiana” curati da Franco Buffoni che ne sottolineava lo stile “riconoscibile per gli azzardi a colmare fino all’orlo la misura senza debordare di una goccia”. In questo libro denso,ma diviso in sei sezioni con 22 testi in versi e 9 in prosa , Mazzoni poeta mostra il frutto di una meditazione in cerca di un sentiero diverso per il soggettivismo lirico, vero pilastro della poesia moderna, emblema della ricerca anche filosofica di tutto il ’900. Evitando gerghi e sistemi autereferenziali – sempre più diffusi – riprendendo invece la tradizione, per mostrarne sì l’esaurimento ma rimanendo dentro il suo solco – Mazzoni mostra che scrivere dopo la lirica (per riprendere la felice formula di Enrico Testa) è possibile.

Ne “I mondi” colpisce subito lo stile: una scelta linguistica che pesca nella langue comune, con il verso libero sembra tendere ad un grado zero, in realtà ingloba ritmi e metriche diversificate e canoniche, il tutto celato in una dismisura che seve a seguire le onde di pensiero e figure farsi scrittura, per dar vita a testi dalla complessità franta in immagini di metropoli, spiazzi isolati, luoghi di mare, case, volti, gesti, sovrimpressioni di visioni reali e di memoria.

L’uso delle prose ha rilievo specifico, con funzione analoghe a quelle che avevano un tempo i poemetti, quasi a dispiegare una sorta di razo poetica. Nel libro dominano due elementi: la presenza degli altri e lo scorrere del tempo. Da un lato, un io autobiografico attraversato dai ricordi, da “attimi” che con improvviso carico, si addensano in una scia di coscienza che cerca di arginare la dissipazione (“in una data parla/ il peso del tempo disperso”). Sciami che formano un’immagine del presente (“ schegge di una vita qualsiasi che esplodono”) già orma di un passato denso in controluce di futuro possibile, rivelazione come sorta di ricordo del presente.

Dall’altro, l’io minimo e comune, finalmente everyman, è campo di tensioni storiche, (dai flashback : “mio padre e mia madre trenta anni fa” a certe mattine degli “anni settanta”) che sono “forze primarie” che condizionano i singoli, riducono l’Io di fronte alla “massa degli altri per cui non esistiamo” . la storia però si nutre delle “allucinazioni” anche individuali, sia dal passato (“ i secoli mi vengono incontro”) sia dal presente, immersi in flussi della folla, memorie collettive o immaginario condiviso, – come voci dalla radio domenicale di un’Italia pre-televisiva oil sovracarico postmoderno delle immagini da MTV, un neo-paesaggio d’anima che deforma ciò che vediamo (“osservare/ il solito paesaggio contrarsi”) .

I mondi sono dunque “gli altri” e il “pulviscolo” dei “minimi eventi” di una vita del singolo che si aggrega alla “vita collettiva”(e le “altre vite” che “esplodono intorno”) sfuggente, incomprensibile, caos di monadi. La nuova forma della lirica che Mazzoni sperimenta, riferendosi proprio ad una certa tradizione ( ad esempio Sereni, Fortini), è quella di un soggetto che riparte dalla “vertigine” di frammenti tra osservazione e ricordo. E’vero che non si riesce più a produrre esperienza (“come se non avessi un’esperienza”) ma è una “miopia” che “ non ha senso rompere”. La metafora che dice meglio questa sospensione, ponte e fluttuazione, percettive ed esistenziali, è il dormiveglia: “ prima di dormire/ una paura inumana mi attraversa e queste cose non riesco a nominare”. E’ qui quasi un terremoto biologico che il passato si ripresenta come forma di ”allucinazione” , choc e disappropriazione, misura del nostro essere “incompiuti e bisognosi”. La vaporizzazione dell’Io di cui parla la poesia moderna da Baudelaire in poi non ha tuttavia più bisogno di raccoglimento. Questa visione dentro “una specie di torpore” è forma di una solitudine in perenne stato di allarme, fuga trattenuta dentro uno “stupore postumo” del cortocircuito memoriale, e tuttavia forma, appunto.. Il dispiegamento della memoria come dispositivo di una nuda vita che alla fine “è solo sé stessa” è come un clinamen di monadi che si produce nell’attrito tra la “normale immemorabilità della mia vita” e i frammenti memoriali di illuminazioni profane che emergono dal paesaggio o dalla coscienza, involontariamente. L’attrito e l’allarme come segnali di uno stato d’eccezione fato di presagio e attenzione: per le cose, gli altri, i “fatti puri”.

Oltre le dispute sul Soggetto, non interessato a teologie negative, Mazzoni prepara con la scrittura una strategia che privilegi l’essere singolare, lontano anche dalla questione dell’Io lirico perché essa pure parte di un’ideologia del Narcisismo della società moderna, che nel contemporaneo dilaga in forme globalizzate, mediatiche, feticistiche. Il dolore e la memoria invece dalla mancanza formano un’ apertura, un essere con gli altri, coi molti come noi nelle città del mondo, da Pisa a Milano a Londra, Chicago, alle prese con l’erosione dell’esperienza, la dissipazione..

“Ci guardiamo esistere dai finestrini”: lo sguardo è per l’altro, siamo monadi ma la frantumazione ha segno diverso se condivisa: non solo è esaurito il postulato di Rimbaud “Io è un altro” ma anche “Io” è un esilio. L’io che si muove nella scrittura di Mazzoni ha diversa filigrana etica, porta con sé tutto «il peso del tempo disperso»: e si rivolge a noi tutti, consimili: “dico io per non perdere me stesso – si legge in una prosa – perché la paura di perdere sé è l’unica cosa che possiamo condividere”.