Recensione
Diego Gabutti, Italia Oggi, 07/03/2012

La storia dei media di Sangiovanni

Vi stupireste se prima dei media moderni, quando la fusione tra parola e immagine era ancora nel mondo della luna, in balia dell’arte fi gurativa, della fotografi a ai primi passi e delle biblioteche, l’umanità non parlasse delle stesse cose di cui parla adesso, ma di qualcos’altro, qualcosa di cui non abbiamo più memoria? Andrea Sangiovanni, in questo suo Le parole e le fi gure. Storia dei media in Italia dall’età liberale alla seconda guerra mondiale, Donzelli, 372 pagine, 22 euro, ripercorre la storia naturale dei media, non soltanto in Italia, e il mondo di cui rende conto, più che il passato e l’antefatto del mondo moderno, sembra un universo parallelo. Un’ucronia steampunk, nella quale i computer a vapore di Charles Babbage e Ada Lovelace, fi glia di Lord Byron e matematica provetta, convivono con la superchirurgia, magari un po’ eticamente (ma anche esteticamente) spericolata, del Barone Frankenstein, l’artefi ce della Creatura. Qualcosa si anima nel momento in cui appaiono in rapida successione, come fotogrammi accelerati, telegrafo e telefono, poi radio e cinema, quindi anche i giornali a grande tiratura e tutta, insomma, la moderna industria culturale, l’humus sul quale crescono i funghi (e le muffe) della democrazia politica. Si verifi ca quello che gli scienziati chiamano un «cambio di paradigma »: il mondo perde la vecchia forma e ne acquisisce una nuova come un serpente che muta pelle; il vecchio non riconosce la propria eredità nel nuovo, e questo a sua volta dimentica subito ciò che si è lasciato dietro le spalle. Da questo improvviso e devastante squarcio nella realtà escono demoni e angeli: l’istruzione di massa ma anche la propaganda politica che crea aree di consenso intorno alla demenza totalitaria, la cultura popolare e il tempo libero come pure le armi ideologiche per la guerra totale e, insieme alla cartellonista che «rende visibili le merci così come i sogni e i desideri», anche il lato oscuro della democratizzazione del mondo: un indefi nibile eppure penetrante odore d’apocalisse nell’aria.