Recensione
Jenna Carioli, Il Salvagente, 07/03/2012

Intervista a Luisa Mattia e Vittoria Facchini

Giù la maschera: conosco molto bene Luisa Mattia. Assieme abbiamo scritto decine di libri e storie, ma intervistarla “ufficialmente” per il Salvagente, giornale con il quale lei collabora, è un modo per chiederle particolari del suo lavoro che normalmente non escono in una conversazione. L’occasione è l’uscita dell’albo Per filo e per segno illustrato da Vittoria Facchini, Donzelli editore (36 pagine, 18,50 euro). La storia racconta di Silva, una bambina che ama ascoltare storie e che non se le vuole scordare. Intreccia allora una rete per pescare le storie e non farle andar via. Ma ancora la rete non basta. Così, con un panno e l’inchiostro di seppia, scrive le storie e, poco a poco, ne fa un libro che si arricchisce di racconti. E i racconti, si sa, fanno pensare chi legge e chi ascolta. La cosa non piace al Capitano del Popolo che ordina di tagliuzzare pagine, fili e pensieri. Silva si dispera, ma i bambini… Il lieto fine è assicurato. Prima ancora di aprire il libro ci si sofferma a toccare la copertina che sembra quasi in rilievo, tanto sono materici i fili e gli elementi che Vittoria Facchini ha combinato fra loro. Già, perché in questo albo i fili delle storie sono fili veri: di lana, di cotone, di tanti colori. Fotografati e non disegnati, combinati con disegni. Una scelta stilistica originale. La prima domanda, dunque, è legata alla scelta dell’illustratore.

Chi ha scelto Vittoria Facchini, tu o l’editore?

Veramente abbiamo fatto “flic e floc”. Donzelli mi ha chiesto quale mano avrei visto giusta per illustrare la storia e quando ho proposto Vittoria Facchini, mi hanno detto che anche in casa editrice puntavano su di lei. Il fatto che Vittoria Facchini abbia accettato è stata una fortuna. La sua è un’arte gioiosa, una sorpresa che rende felici le pagine dei libri. Ci voleva un tocco così intenso e vitale.

Sapevate che Vittoria Facchini avrebbe usato questa tecnica?

Veramente non lo sapeva nemmeno lei! Ci ha pensato su e poi è stata catturata dalla magia dei fili e delle reti, forse anche perché nel suo Dna c’è un papà pescatore! Lei ha letto e poi ha intrecciato, annodato, tagliato: ha veramente “immaginato” il mio racconto.

Quando racconti storie hai in testa un lettore particolare?

A volte sì, ma non sempre. In questo caso l’ispirazione è stato il ritmo della fiaba popolare, la cadenza del racconto antico, che non si rivolge solo ai bambini ma a tutti. Un modo di raccontare che prevede un “narratore” e un pubblico vario che ascolta.

Qual è la differenza più grande che hai trovato fra scrivere un albo illustrato e un romanzo?

Questa storia l’ho scritta di getto. In genere, non accade con un romanzo, la cui scrittura, per quanto istintiva e naturale (almeno nel mio caso), comporta una costruzione diversa, lo devo lavorare di più, me lo devo costruire nei particolari, nei personaggi. Il racconto per un albo illustrato è, per certi versi, più difficile perché la narrazione “cerca le immagini”, ne ha bisogno. Sono due approcci diversi.

So che avete fatto anche un video legato alle illustrazioni. Di cosa si tratta?

Col fatto che la tecnica scelta da Vittoria era una tecnica mista di fotografia e disegno, si è reso necessario il lavoro di un fotografo. Approfittando di questa circostanza, la casa editrice si è trasformata per un giorno in uno studio fotografico. Mentre Vittoria componeva le immagini, venivano fatte anche delle riprese con una telecamera seguendo il divenire della composizione. È una specie di magia vedere un racconto che prende forma pagina dopo pagina. È stato realizzato un book-trailer di un minuto e mezzo che “racconta”, di fatto, come sono nate le illustrazioni del libro e come nasce un libro. L’ambizione è farne un cortometraggio che documenti il modo di lavorare di Vittoria, che unisce materia e disegno.

Ci sono albi illustrati che si rivolgono agli adulti più che ai bambini. I bambini sono diventati una scusa?

È vero che, da qualche anno, molti albi illustrati nascono con un’intenzione che supera la categoria infanzia e che fa della lettura dei bambini una sorta di luogo di sperimentazione. Più che una scusa direi che i bambini sono, in questi casi, un transito. C’è il rischio di una intellettualizzazione degli adulti, che hanno una visione delle cose che bada più al segno che al senso. A volte il testo è solo un pretesto per consentire alle immagini di dominare. E non so se sia positivo per i bambini. Nel caso di “Per filo e per segno”, il testo è nato prima ma non appena ha incontrato l’illustrazione si è fuso così profondamente che non c’è più stato un “fratello maggiore”. Oggi, il mio testo non potrebbe vivere - con gioia e senso - al di fuori delle immagini che gli danno equilibrio e ne potenziano la vitalità.