Recensione
Gian Domenico Iachini, Europa.it, 01/03/2012

Quei "figurinai" prima dei cartoons

Ad uno specifico mondo delle immagini dell’editoria italiana oggi dimenticato, Antonio Faeti dedicava uno studio per esplorarne a fondo l’evoluzione e gli aspetti più significativi nel 1972, quando era ancora tutt’altro che considerato un serio argomento di indagine. Non soltanto la narrativa rivolta ai più piccoli era sempre stata marginalmente presa in considerazione, da essere definita “la grande esclusa”, e ancor più difficile era incontrare una riflessione sull’illustrazione che in genere accompagnava quei testi, ma erano sempre stati davvero pochi coloro che avevano sentito di dare importanza all’infanzia nelle loro opere o che avevano sentito di preoccuparsi delle visioni dei bambini, di far emergere le emozioni profonde, con il modo di percepire il mondo e la realtà proprio dell’infanzia, scriverà a proposito dell’autore la studiosa Giorgia Grilli. Autentico scopritore di quell’universo, sarà prima di tutto lo stesso Faeti a proseguirne l’analisi attraverso numerosi altri saggi e l’attività di insegnante, per tanti anni unico professore “ordinario” di Letteratura per l’infanzia in ambito universitario. A seguito dell’uscita di Guardare le figure, patrocinata con forza da Italo Calvino presso Einaudi, saranno decine i titoli di libri ed articoli firmati da Faeti, che hanno esteso la sua fama a livello internazionale. A quarant’anni di distanza, è la casa editrice Donzelli a riportarlo in libreria in un’edizione riccamente illustrata e con una nuova lunga introduzione nella quale l’autore precisa la natura di quel libro diventato un classico, che descrive non tanto come una storia della letteratura per l’infanzia, né una storia delle illustrazioni dei libri per i bambini, quanto piuttosto «un trattato di sociologia dell’immaginario che prende a pretesto i libri per i bambini, ma guarda ai sogni collettivi, indaga sulle mentalità, cerca di frugare nelle cantine in cui», verso la fine degli anni Sessanta, «non era ancora entrato nessuno». Un problema che subito lo studio si pose era di definizione, di ricerca di un termine che consentisse di riassumere un certo numero di disegnatori dei libri per bambini riconoscibili per alcuni caratteri abbastanza precisi e per aver operato all’interno di un’epoca determinata. È nell’esplicita allusione al mestiere socialmente disprezzato dei “figurinai”, i venditori ambulanti di figurine e simili, che Faeti trovò una felice soluzione, riconoscendo una delle più significative componenti del mondo di questi illustratori. I primi e autentici “figurinai”, godendo di una benefica emarginazione da parte dei settori artistici più alti, lavoravano ancora in un ambito editoriale vicino a quella in cui era nata la vecchia imagerie popolare venduta per le strade per pochi soldi, spiega nell’introdurre la prima edizione, potendo quindi riproporre ai piccoli lettori di allora i frammenti di un’iconografia che aveva un lungo passato e alludeva frequentemente a contenuti emblematici, nati nelle piazze e familiari al volgo italiano. Un tipo di stampa popolare caratterizzata dall’irrinunciabile presenza dell’immagine, il cui messaggio spesso finiva per risultare decisamente alternativo rispetto ai contenuti pedagogicamente diffusi dall’autorità costituita. Uno studio che attraversa circa un secolo dell’illustrazione italiana senza trascurare le firme meno note, dai primi decenni seguiti all’unità del paese alla nascita della nuova repubblica, in un approccio sempre attento al contesto storico e culturale in cui le opere presero forma e significato. Dai primi “figurinai” del Pinocchio di Collodi, come Enrico Mazzanti e Carlo Chiostri, alle immagini che accompagnavano le pagine di Cuore di De Amicis o dei racconti di Verne e Salgari, fino al personale disegno di Sergio Tofano, creatore del Signor Bonaventura, e la narrazione per immagini di Walter Molino per i settimanali più popolari del dopoguerra. Ma anche autori che scrissero e disegnarono interamente i loro libri con originale talento, inconsapevoli cronisti di un’epoca come Enrico Novelli, in arte Yambo, e altri protagonisti di storiche testate, quali il Giornalino della Domenica o il Corriere dei Piccoli, che nell’opera di Antonio Rubino, Attilio Mussino ed altri, avrebbe registrato la nascita di una scuola nazionale del fumetto, per quanto non senza una certa ostilità destinata a crescere nel ventennio fascista, che arriverà a bandire i comics americani proprio quando trionfavano sulle pagine dell’Avventuroso. Vietando gli eroi d’oltreoceano, osserva Faeti, mostrarono una consapevole conoscenza del nuovo medium, «avevano compreso che non potevano lasciar circolare, neppure in ambiti e con mezzi così poco ufficiali, miti tanto diversi e spesso del tutto opposti a quelli sui quali il regime intendeva basarsi».