Recensione
Elisabetta Amalfitano, Left, 18/02/2012

Lo strappo di Gramsci

Gramsci teorico del ruolo guida del partito ed estimatore della Rivoluzione russa, da esportare nel resto d’Europa, o Gramsci critico del Pci e consapevole del fallimento dell’esperienza bolscevica? Due tesi che si sono alternate a più riprese, ma che con il completamento della raccolta delle Lettere (nel 1967) e poi dei Quaderni (nel 1975) si sono via via definite. In particolare dopo il 1989 e il crollo del comunismo e l’apertura degli archivi sovietici che hanno fornito agli studiosi maggior materiale da sottoporre all’analisi filologica. Frutto di questo rigore è l’opera del filosofo del linguaggio Franco Lo Piparo I due carceri di Gramsci. La prigione fascista e il labirinto comunista (Donzelli) che ripropone la tesi di uno strappo avvenuto negli anni Trenta tra Gramsci e Togliatti, tra Gramsci e il partito. Lo Piparo fonda filologicamente l’ipotesi che Togliatti abbia fatto sparire un quaderno in cui Gramsci, in libertà condizionale, avrebbe criticato la linea politica del Pci. Dalle pagine de Il Manifesto e della stessa Unità hanno subito sconfessato l’ope razione rispettivamente lo studioso del pensiero politico Guido Liguori e il professore Gianni Francioni che ha «destitutito di ogni fondamento la tesi di Lo Piparo». L’immagine di un Gramsci che, negli ultimi anni della sua vita, si allontana dall’ideale di un partito-guida, inteso come “moderno principe” che indirizzi le masse e formi la coscienza degli operai, comincia a essere fortemente messa in crisi a partire dagli anni 90, dopo che si è potuto avviare uno spoglio sistematico delle lettere e dopo che sono venuti alla luce nuovi documenti dagli archivi del Comintern. Il testo di Lo Piparo si colloca dunque sulla scia di autori quali: Paolo Spriano, Aldo Natoli, Giuseppe Vacca, Angelo Rossi e Silvio Pons. Studiosi che dal 1990 a oggi hanno cercato di mettere in chiaro i termini della rottura di Gramsci con Togliatti per fornire un’immagine dell’autore sardo più complessa e a tutto tondo. Grazie anche all’aiuto di Gramsci jr che da alcuni anni collabora a questa ricostruzione. Al di là del trafugamento o meno del fatidico “quaderno XXXII”, quello che ci pare interessante del lavoro di Lo Piparo è la ricostruzione che compie, estremamente rigorosa, delle lettere fra Gramsci e Tania (la cognata), fra Gramsci e Julca (la moglie), fra Sraffa (amico e mediatore tra Gramsci e Togliatti) e Tania. Il tutto a partire dalla famosa missiva di Ruggiero Grieco a Gramsci, Terracini e Scoccimarro nel febbraio del 1928 in cui si comunicava ai tre dirigenti incarcerati che i comunisti italiani si allineavano alla politica staliniana e alla decisione di espellere Trockij e di perseguitare i dissidenti. La lettera lascia sconvolto Gramsci che comprende che i compagni non riconoscono più in lui il segretario, ma si avviano al passaggio di mano a favore di Togliatti, per un allineamento indiscusso alla linea russa. Scriverà a Tania il 19 maggio del 1930: «Potevo preventivare i colpi degli avversari che combattevo, non potevo preventivare che dei colpi mi sarebbero arrivati da altre parti, da dove meno potevo aspettarli… ». A pochi anni dalla morte (avvenuta il 27 aprile 1937) sembra di assistere in Gramsci a un vero e proprio cambiamento di paradigma rispetto alla lettura che egli aveva dato negli anni Venti sul ruolo del partito e sul suo rapporto con le masse. Rottura epistemologica che lo induce a una critica assai dura dell’operato del partito di Togliatti e della situazione nella Russia staliniana. Il Gramsci liberato sarebbe diventato così, come hanno messo bene in evidenza Rossi e Vacca (Gramsci tra Mussolini e Stalin, Fazi) e ora anche Lo Piparo «un problema in meno per Mussolini e un problema in più per Stalin». Il Duce infatti avrebbe potuto liberare il fondatore de L’Unità se tale atto fosse stato richiesto dal regime sovietico (negli anni in cui la Russia si avviava a un avvicinamento con la Germania), ma mai egli avrebbe fatto apparire una simile concessione come una debolezza nei confronti del Pci. E Stalin, che presto siglerà il patto con la Germania nazista, lascia cadere nel vuoto una simile possibilità. Gramsci dal carcere di Turi si rende sempre più conto di essere abbandonato dai propri compagni e così scrive a Tania il 27 febbraio del 1933: «Chi mi ha condannato è un organismo molto più vasto, di cui il tribunale speciale non è stato che l’indicazione esterna e materiale, che ha compilato l’atto legale di condanna. Devo dire che tra questi “condannatori” c’è stata anche Julca, credo, anzi sono fermamente persuaso, inconsciamente e c’è una serie di altre persone meno inconsce». Capiamo ancor di più la drammaticità di questa lettera se, come ben ci fa notare Lo Piparo, focalizziamo il fatto che Julca è, nel linguaggio metaforico gramsciano del carcere, il comunismo. Gramsci dunque fra due carceri: da vivo in quello fascista, da morto in quello comunista. Se poi sia possibile parlare di un liberalismo in Gramsci, come argomenta Lo Piparo nell’ultima parte del suo libro, lo lasciamo decidere ai lettori. Quello che è auspicabile è che il materiale proveniente dagli archivi e le nuove letture, esenti da interpretazioni ideologiche, libere da antichi steccati, restituiscano il vero volto di un autore così complesso e insieme a lui di una linea gramsciana, nota come “filosofia della prassi”, finalmente indipendente dai debiti con le operazioni con cui Togliatti, a partire dalla svolta di Salerno del 1946, ha pesantemente compromesso la storia del marxismo italiano