Recensione
Gianluca Scroccu, L'Unione Sarda, 18/02/2012

Gramsci più intimo. I tormenti dell’uomo oltre il mito

Gramsci più intimo. I tormenti dell’uomo oltre il mito

«Io sono sottoposto a vari regimi carcerari: c’è il regime carcerario costituito dalle quattro mura, dalla grata, dalla bocca di lupo […] Quello che da me non era stato preventivato era l’altro carcere, che si è aggiunto al primo»; così scriveva Antonio Gramsci alla cognata Tania Schucht il 19 maggio 1930. Sugli anni da recluso dell’intellettuale di Ales, sulla stesura dei suoi Quaderni e sul suo rapporto tormentato di quegli anni non solo con i familiari ma soprattutto con l’ideologia comunista e la sua realizzazione nell’Urss di Stalin, ha scritto Franco Lo Piparo nel suo I due carceri di Gramsci. La prigione fascista e il labirinto comunista (Donzelli, pp. 152, € 16). L’autore, docente di Filosofia del linguaggio all’Università di Palermo, con questo suo lavoro sostiene la tesi secondo la quale Gramsci non morì sentendosi comunista ma da uomo tormentato e deluso da una scelta di vita che a quel punto della sua esistenza gli sembrava un fallimento, un “dirizzone”, ovvero una cantonata anche alla luce dell’esperienza del comunismo realizzato. Servendosi del suo lavoro di filologo, l’autore analizza l’epistolario e le opere carcerarie cercando di trovare i riflessi, le allusioni e i segnali tangibili del ripensamento gramsciano. È noto, del resto, che durante la permanenza in carcere i rapporti fra Gramsci e i suoi compagni di partito furono molto difficili, come testimoniò anche Sandro Pertini, compagno di prigionia a Turi. Il 14 novembre 1932 Gramsci esprimeva la sua volontà di separarsi dalla moglie Giulia: andando al di là del suo valore privato, Lo Piparo legge quest’intendimento come la sua volontà di separarsi dalla Russia e dall’esperienza bolscevica. Non a caso il prigioniero cullava il progetto di ritirarsi in Sardegna dopo aver scontato la pena, rompendo ogni legame con la politica e il partito. Un’aspirazione che doveva restare segreta, come scrisse Tatiana a Teresina, sorella di Gramsci, nel maggio del 1936: il timore che Mosca potesse controllare questo nuovo Gramsci “pentito”, la cui fuoriuscita dal partito certo non sarebbe stata accettata, era evidentemente forte. Nel libro viene indagato anche il presunto mistero del numero effettivo dei Quaderni, che secondo l’autore, sulla base delle testimonianze non omogenee di Togliatti e Tania, non sarebbero stati 33 ma 34. Un’ipotesi che ha già fatto molto discutere e che sembra nata in realtà da un errore di trascrizione. Vero è che nei quasi due anni passati fuori dal carcere nella clinica Quisisana di Roma Gramsci non scrisse praticamente più niente di sistematico e che gli unici contatti assidui furono con Tania e l’amico Piero Sraffa. Quando Tania morì nel 1943, le sue carte furono raccolte e gestite direttamente da Togliatti. Il 30 aprile 1944 proprio quest’ultimo, il compagno Ercoli che Gramsci non voleva si occupasse delle sue carte dopo la morte, pubblicava su «l’Unità» un articolo di commemorazione dove si collocava la morte del grande intellettuale nelle carceri fasciste e non nell’ospedale romano. Un falso da cui iniziò un’operazione culturale di gestione e selezione guidata nella pubblicazione delle opere, che solo dopo il fallimento dell’Urss sembra stia restituendo appieno la grandezza ma anche i tormenti ideologici di Gramsci.