Recensione
Monica Mattioli, La Gazzetta del Mezzogiorno, 13/02/2012

Dioguardi fa il detective a Londra

L’indagine bibliografica riserva sorprese bellissime. Ogni bibliofilo sogna di imbattersi in uno scoop librario : alla ricerca di rarità, spulcia cataloghi, compulsa repertori bibliografici e rovista scaffali sperando di sottrarre ai concorrenti un volume prezioso. E’ frequente il rischio di perdersi , confusi dai profumi delle legature, dalle tracce di umidità, dai residui d’inchiostro che le robuste pagine dei volumi antichi accolgono, generose. Per ricostruire la genesi di un’opera si confrontano varianti tipografiche , si analizzano peculiarità manoscritte, si rileggono aneddoti chiarificatori: un lavoro da detective colto. Come quello che Gianfranco Dioguardi , l’ingegnere bibliofilo e umanista pugliese con un debole per il secolo dei lumi, ha dedicato all’ “Enigma del trattato”: un’appassionante vicenda editoriale del XVIII secolo. La storia ha inizio nel 1740 a Londra, quando l’editore Corbet (un refuso sul frontespizio lo ha trasformato in Borbet) pubblica un volumetto in ottavo, anonimo: An abstract of a book lately published; entituled, A treatise of human nature, &c. (riproposto in appendice). Per un equivoco dettato dall’omonimia, all’autore si è dato il volto dell’allora diciassettenne Adam Smith, brillante allievo del professor Hutcheson all’Università di Glasgow, confondendolo con l’editore dublinese John Smith al quale Hume – segnalato da Hutcheson – aveva inviato l’Abstract insieme al Trattato sulla natura umana per un’eventuale edizione irlandese. Keynes e Sraffa, economisti e bibliofili appassionati, collaboratori e amici, sono stati antagonisti una volta: quando il primo, a Londra, soffia all’economista italiano una delle tre copie allora conosciute del pamphlet in questione. Nel 1939 la rarità bibliografica diventa oggetto di un’Introduzione (l’unico lavoro firmato da entrambi) all’intrigante opuscolo settecentesco che i due autori attribuiscono , dopo un’accurata disamina di “prove interne” e “prove esterne”, senza dubbio a Hume. Ma il mistero è davvero risolto?