Recensione
Giulio Ferroni, L'Unità, 31/01/2012

Pugacev e la rivolta degli orfani

Per singolare imprevista combinazione mentre su Raiuno veniva trasmesso lo sceneggiato La figlia del capitano, tratto dal romanzo di Aleksandr Pu kin - pubblicato nel 1836, ma ambientato nella pugacëv cina, cioè nelle situazioni della rivolta che, guidata da Emel'jan Ivanovic Pugacëv, negli anni 1773/1774 scosse un'ampia regione della Russia sudorientale - mi è capitato di leggere un importante saggio su quella rivolta, in genere poco nota al lettore italiano, dello storico Marco Natalizi, La rivolta degli orfani. La vicenda del ribelle Pugacëv (Donzelli, 2011, pp.247, euro 25,00). Con i suoi eccessi e le sue crudeltà, questa vicenda, che aveva minacciato il regime imperiale russo (al cui vertice era la zarina Caterina, celebre in tutta Europa per il suo interesse per l'Illuminismo), aveva interessato Pu kin, che, già prima del romanzo, aveva pubblicato una vera e propria Storia della rivolta di Pugacëv, in cui si era avvalso anche di una parziale utilizzazione di documenti. LE FONTI Come lettore mi sono trovato a creare un singolare corto circuito tra l'affascinante romanzo di Pu kin (che nello sceneggiato tv è stato proiettato verso troppo marcati caratteri esotici e melodrammatici), la sua Storia e il libro dello studioso italiano: questi naturalmente si serve anche della Storia di Pu kin, ma attraversa, da grande conoscitore della lingua e della storia russa, tutta una serie di documenti (tra cui hanno particolare rilievo le deposizioni ai processi celebrati dopo la sconfitta della rivolta) e una vasta bibliografia internazionale. Così tutte le pieghe della rivolta, le spinte che la originarono, le motivazioni e le prospettive che sembrò aprire, la sua impressionante espansione, le condizioni della sua disgregazione e della sua sconfitta, vengono illuminate con una ricca serie di dati, entro un'intensa discussione con le varie e diverse interpretazioni fornite dalla storiografia. Oltre al suo rilievo più propriamente specialistico, il libro si raccomanda per la sua tensione narrativa, che viene incontro a chi voglia avere una più chiara cognizione del reale svolgimento e dei caratteri di quella vicenda che l'opera di Pu kin ha fatto entrare così intensamente nella letteratura, con uno dei racconti «fondanti» della grande letteratura russa. L'aspetto per noi più strano e davvero «arcaico» di questa rivolta è dato dall'«impostura» su cui essa si appoggiò: il cosacco Pugacëv suscitò infatti il consenso dei cosacchi dello Jaik (il fiume che dagli Urali scende fino al mar Caspio e a cui, una volta domata la rivolta, Caterina, diede il nuovo nome di Ural), sostenendo di essere il redivivo zar Pietro III (che in realtà era stato fatto uccidere dalla stessa moglie Caterina), mostrando addirittura i segni regali sul proprio corpo e costruendo intorno a sé una serie di rituali che esibivano pubblicamente questa sua condizione imperiale. Falsi zar c'erano già stati nella precedente storia russa: al di là di quel Paese allora remoto e delle plaghe in parte ancora barbariche entro cui Pugacëv si mosse, nel 700 il metodo dell'impostura ebbe varie manifestazioni anche nell'«illuminata» Europa occidentale. Natalizi mostra come l'iniziativa di quel falso zar non si limitasse a raccogliere il malessere e lo spirito di ribellione che animavano i cosacchi, sempre in difficile rapporto con il centro dell'impero russo, ma seppe far convogliare una serie di prospettive religiose, di aspirazioni e risentimenti del mondo contadino e di altri gruppi insediati in quelle regioni sudorientali, come i tatari, ba kiri e i lavoratori delle miniere e delle fonderie degli Urali. Le varie tensioni in atto in un «mondo arcaico e vitale» fecero sì che la ribellione non si configurasse in un senso propriamente di classe, come rivolta sociale (come invece hanno per lo più sostenuto gli storici dell'epoca sovietica), ma si ponesse piuttosto come attesa di un nuovo regno, che doveva imporre, attraverso la figura del redivivo zar, un potere «paterno», capace di offrire protezione ad un popolo «orfano» perché abbandonato dal potere centrale, in balia alle prepotenze e alle violenze dei nobili, delle clientele e degli amministratori locali, che sembravano tradire lo spirito di un'autorità centrale «buona», che nell'immaginario popolare risaliva all'azione del grande zar Pietro il Grande, al cui modello del resto lo stesso impostore si richiamava. PROCESSO DISTRUTTIVO Rivolta degli orfani perché orfani di quel potere paterno che Pugacëv pretendeva di restaurare, sollecitando in una prima fase un ampio consenso di popolo, mettendo insieme gruppi sociali ed etnici tra cui di solito c'era sempre stata reciproca diffidenza: creando anche forme piuttosto articolate di organizzazione sul modello statale, col proposito di dirigersi, dopo aver occupato vari centri, addirittura verso Mosca. Una terribile violenza accompagnò la rivolta e la repressione subito scatenata dalla classe nobiliare e dall'esercito fedele all'imperatrice. Superato il primo slancio, le azioni di Pugacëv perdettero gli obiettivi iniziali e si risolsero in un procedere distruttivo, in un'invasione di vari centri poi abbandonati, durante una fuga senza scampo, tra orrori di ogni sorta, con l'esito della sconfitta, della cattura, del processo e del supplizio. Una storia sanguinosa, insomma, che ha messo in campo grandi masse di uomini, in un intrico di speranze, risentimenti, mistificazioni, celebrazioni, vendette, in cui si sono bruciate tante vite spinte da quel sogno che Natalizi mette in luce con la sua ricca documentazione: sogno di un potere generoso, di una regalità rivolta finalmente a proteggere i sudditi/ figli; ma alimentato da un'impostura e rivelatosi impossibile, soffocato a prezzo di tanti orrori e sofferenze.

31 gennaio 2012