Recensione
Arianna Di Genova, Il Manifesto - Alias, 24/12/2011

L'albero di Natale

Le visioni dei bambini non sono mai edulcorate. Anzi. L’horror, l’immaginario gotico, la foresta che inghiotte corpi, abitata da belve fameliche, le azioni truculente sono ingredienti fecondi che li nutrono fin dalla più tenera infanzia. Nei sogni, nei giochi, nei pensieri più reconditi ma anche in quelli meno nascosti. La paura fa parte della loro vita e aiuterebbe moltissimo a crescere se alcuni adulti, con il piglio dei pedagogisti, non si mettesse di traverso su quella naturale strada. Antonio Faeti, docente e scrittore da sempre immerso nel rigoglioso mondo dei più piccoli, 43 anni fa immaginò di dover riportare la letteratura - e le illustrazioni – per i ragazzi alla sua sorgente autentica , privandola di qualsiasi orpello “educativo-didattico” già precostituito. E così nacque il suo bel libro “Guardare le figure” stampato nel 1972 da Einaudi dopo che il manoscritto era arrivato a Calvino. Oggi Donzelli l’arricchisce di una nuova introduzione dell’autore che definisce ‘trattato di sociologia dell’immaginario’la sua poderosa opera, prima incursione dettagliata, profonda (e amata da Rodari) in un genere minore . E con questa chiave di lettura in tasca , leggera e un po’ magica, ci si addentra in un mondo popolato di storie condite da un cocktail di fantasie spesso ‘scorrette’. Perché gli illustratori dell’800 che si dilettarono a disegnare le favole, facendone un mestiere sia pur misconosciuto e considerato di basso rango, non rispondevano a canoni ufficiali di pedagogia, o meglio avevano un’idea del bambino molto differente da quella odierna: all’orizzonte non si profilava per le loro matite, incisioni o acquerelli, nessun bozzolo protettivo a imprigionare corpi e vivide menti dei piccoli. Certo, un’idea civilizzatrice si faceva sempre spazio fra un disegno e l’altro, ma i risultati erano tutt’altro che scontati e potevano pure ribellarsi all’illuminismo filantropico che guidava gli editori, soprattutto quelli radicati in Toscana. Loro, i figurinai del XIX secolo, affrontavano i testi con la stessa curiosità e, spesso calcando la mano con tinte fosche e particolari macabri, lacrimosi o violenti, che richiedevano feuilleton, lunari e fatti dei santi. Non a caso il primo illustratore del Pinocchio di Collodi, Enrico mozzanti, incideva dispense anche per i romanzi di Carolina Invernicio, l’ “onesta gallina della letteratura popolare” come la stigmatizzò senza pietà Gramsci. Il celebre burattino di legno viene ricordato attraverso il suo segno poco rassicurante, poi “corretto” da un più soffuso e poetico Carlo Chiostri che preferì una realtà kafkiana alle allucinazioni di Mozzanti. Uomo schivo, sempre dedito al lavoro nel suo stanzino, Chiostri fu anche l’artefice delle figure di Ciondolino di Vamba ( in cui poi si cimentò Attilio Mussino), altro evergreen per più generazioni a cavallo fra i due secoli, e di Sussi e Biribissi, i ragazzini delle fogne inventati dal nipote di Collodi. Fu lui a dare un volto alla fiaba italiana, come scrisse Calvino, “prima che egli la illustrasse il nostro popolo la vedeva in un modo completamente diverso o, addirittura, non la vedeva”. Ma Geppetto e Pinocchio erano destinati a molte altre rivisitazioni: quella sbarazzina e burlesca di Attilio Mussino (1911) e quella Art Nouveau, in un profluvio di fiori, di Maria Augusta Cavalieri, disegnatrice di cui si sono perse le tracce, anche negli archivi della Salani che la pubblicò. L’altro grande caposaldo della letteratura per l’infanzia è il deamicisiano Cuore che attinge senza temere dal repertorio emozionale del romanzo d’appendice, infila la grande storia fra le sue pagine e istiga nei mini-lettori un patriottismo sentimentale, assai richiesto nell’Italia umbertina. Qui i figurinai sono chiamati a tipizzare soprattutto Franti, l’alieno, socialmente riprovevole perché povero senza appello. La prima edizione illustrata conta tre disegnatori, compreso l’outsider, Giulio Aristide Sartorio, che dà un tocco sepolcrale e preraffaellita al testo. Se De Amicis è l’anti Pinocchio, su un territorio tutto suo si situa Salgari con il manipolo degli eroi esotici. Libri di viaggi e riviste sono la fonte primaria per i suoi illustratori, da lì gli artisti traggono le anatomie degli animali selvaggi e le cartine di geografie ignote. Le sue giungle, dice Faeti, sono simili ai quadri del Doganiere Rousseau, luoghi mitici e onirici. E siccome l’Italia stessa in quel periodo va svecchiandosi e aprendo i suoi confini, ecco che le matite tendenti al Liberty sono le più consone per le principesse e i corsari salgariani. Il modenese Giuseppe Garuti e il napoletano Alberto della Valle dettero una connotazione cartellonistica ai romanzi. L’avventura dell’Art Nouveau all’italiana ebbe una lunga vita di successo anche sulle pagine del Corrierino dei piccoli grazie alla fervida fantasia di Antonio Rubino, pittore e poeta ( suoi Quadratino, la Saga di Pierino, Caro e Cora). In seguito, durante il fascismo, quando la satira era ridotta al silenzio, la rivista fornì una via di fuga con le peripezie di Sor Pampurio disegnato da Carlo Bisi, una maschera della rispettabilità solo esteriore. Il Giornalino della Domenica di Vamba (Gian Burrasca) subì una sorte simile: partito elegante e monello, finì imbrigliato nell’irredentismo e nelle camicie nere tanto da far rimpiangere l’elegante Filiberto Scarpelli , illustratore della prima ora. Infine la Commedia umana a figure toccò il suo apice con Sto (Sergio Tofano, classe 1886, romano) il cui signor Bonaventura è una maschera grottesca della normalità per eccellenza, un paradosso vivente.