Recensione
Massimo Onofri, Avvenire - Agorà, 04/02/2012

E il Risorgimento rigettò il Sud

Per una felice coincidenza tornano due piccoli classici della letteratura meridionale del Novecento: Le terre del Sacramento (1950: ma postumo) del molisano Francesco Jovine (introduzione di Francesco D’Episcopo) e Soldati del re (1952) del lucano Carlo Alianello (introduzione di Giuseppe Lupo), preceduti l’anno scorso da Signora Ava (1942) del primo, per Donzelli, e L’Alfiere (1942) del secondo, riproposto nella Bur Rizzoli. Ho detto felice coincidenza: perché Jovine e Alianello rappresentano, in quel manipolo di scrittori assai notevoli (Verga, De Roberto, Pirandello, Tomasi di Lampedusa, Sciascia, Consolo) che hanno costituito il canone antirisorgimentale, l’eccezione non siciliana: con conseguenze ideologiche non da poco. Scrittori che diventano ancor più interessanti quando ci si prova a leggerli in parallelo: se è vero che, quasi coetanei (nato nel 1902 il primo, l’anno precedente il secondo), partiti da una comune premessa, e cioè un Risorgimento contemplato dal punto di vista degli sconfitti borbonici, sono approdati a stazioni diverse, nel tentativo di fornire una risposta a quello smacco originario. Rispetto alla rivisitazione della spedizione dei Mille di Signora Ava e L’alfiere -che Alianello proseguirà nel suo capolavoro, L’eredità della priora (1963)-, Le terre del Sacramento e Soldati del re modificano decisamente la prospettiva temporale. Siamo sempre nel Sud d’una corrotta e improduttiva classe dirigente, aristocratica o borghese che sia. Epperò: se Jovine si spinge nel futuro, raccontando una storia di latifondi e enfiteusi, di possibile emancipazione contadina, che si chiude tragicamente sotto i colpi dei manganelli fascisti, Alianello si volge invece alle premesse che avrebbero condotto i neghittosi e opportunisti liberali campani e lucani ad accogliere Garibaldi da liberatore, restituendoci, in tre distinti episodi, alcuni momenti dei fugaci moti napoletani del 1848 contro Ferdinando II. Spostamenti temporali che la dicono già lunga sugli esiti divergenti d’una analoga condanna del Risorgimento. Jovine, in effetti, dopo Signora Ava, romanzo storico tra i più belli del Novecento italiano, ha continuato a lavorare, su un piano socio-antropologico, nel solco di Silone: e dentro quella contrapposizione tra cafoni e galantuomini che, caduto il fascismo, proiettava sull’interpretazione del Risorgimento le rinnovate speranze d’una soluzione della questione meridionale in chiave popolare e socialista. In tale quadro, Jovine sconta oggi il grande successo di allora -che gli assicurò il premio Viareggio alla memoria- con qualche concessione alla pedagogia facile del Neorealismo imperante, in lui però mai semplicistica come fu per la Viganò dell’Agnese va a morire o il Vittorini di Uomini e no. La prova ce la fornisce il protagonista del libro: quel Luca Marano, «agile e aitante, di chioma nera e di fresco incarnato », il leader incorrotto, forte e colto, del movimento contadino, piegato sì dalla violenza fascista, ma esempio fulgido di virtù, da fronte popolare, per i tempi nuovi che già si annunciano. Etica, se non araldica -da araldica dell’onore e della nostalgia-, è invece la risposta di Alianello. Che non è interessato all’emancipazione delle masse, ma a una via d’uscita individuale per i suoi umili, ognuno dei quali -scrive Lupo nell’introduzione- «combatte una guerra personale, sia pur minima, nel quadro della grande Storia», e, aggiungo, fondata su un codice d’onore e un alto senso del dovere. Certo -e basta leggere il risentito saggio La conquista del Sud (1972)- gli approdi di Alianello furono reazionari: sicuro com’era che quella del Nord fosse solo una feroce occupazione militare, mentre il brigantaggio una vera guerra di liberazione. Difficile non consentire però, con le concrete ragioni di quel cristianesimo che Alianello, col suo Manzoni, contrappose all’astratto e violento giacobinismo di quegli studenti borghesi sempre pronti ad oltraggiare l’ottusa fedeltà dei soldati borbonici («Che importa che uno muoia, o dieci o cento, per la salvezza d’un popolo?»): destinato presto a guadagnare nuovi proseliti nei campus universitari del ’68. Quel cristianesimo che anche D’Episcopo ora ravvisa in Jovine per una lettura non solo magistica delle Terre del Sacramento: «Luca non è altro che un povero Cristo, crocefisso sul Golgota dell’indifferenza e dell’ingiustizia"» Quel cristianesimo, appunto, che allontana drasticamente Alianello e Jovine dalla via siciliana all’anti-Risorgimento.