Recensione
Alessandro Zaccuri, Avvenire, 08/02/2012

Tra rivoluzione e sviluppo, qui si è persa la comunità

merica a parte, in Italia com’è andata? Per un bilancio rapido e folgorante dei nostri anni Sessanta conviene leggere l’introduzione che Goffredo Fofi ha preparato per la nuova edizione del suo Strana gente (Donzelli, pagine XVI, pagine 17,00). Un volume rivelatore ed eccentrico, già apparso nel 1993 e risalente al 1960, anno in cui un Fofi poco più che ventenne si impegna a tenere un diario che – come capita in queste occasioni – è da principio minuzioso, salvo poi farsi più intermittente e insieme ragionato con il passare dei mesi. Un periodo cruciale per il giovane maestro che, calato in Sicilia nel ’55 per seguire l’impresa educativa di Danilo Dolci, si trova poi a risalire la penisola una tappa dopo l’altra, passando da Roma a Torino, sempre con un libro in tasca, sempre disponibile all’incontro e al confronto con i tanti personaggi – noti o dimenticati – che animano queste pagine. Sì, ma la sintesi? Eccola, nelle parole di Fofi che, dopo aver ricordato il clima di speranza di quell’epoca, annota: «Dopo pochi anni, questa fiducia si sarebbe incrinata, quando la parola comunità avrebbe perso di peso, a vantaggio di parole illusorie come, tra i “vecchi”, la parola sviluppoe tra i giovani la parola rivoluzione». Incapace di costituirsi in maggioranza, quell’utopia vive oggi nel «sale delle minoranze» di cui lo stesso Fofi si considera, giustamente, testimone e custode. Un altro bilancio, forse ancora più movimentato quanto a suggestioni e rievocazioni, è fornito da Italo Moscati in un libro che ha l’aspetto e l’andamento del memoriale e si presenta con un titolo spavaldo: L’albero delle eresie (Ediesse, pagine 272, euro 14,00). In un certo senso è una conferma della tesi dei «lunghi anni Sessanta», dato che Moscati – sceneggiatore di film come Milarepa di Liliana Cavani e apprezzato autore televisivo, oltre che drammaturgo e saggista di vasti interessi – accompagna il lettore in un percorso che va dall’avanguardia teatrale del Living Theatre fino alle canzoni del miglior Battiato anni Ottanta. Fra ritratti tanto intensi da risultare commoventi, come quello dell’autodistruttivo attore Victor Cavallo, e gustosi “dietro-le-quinte” dell’intellighenzia romana, l’intento è quello di celebrare una stagione di esuberante e talvolta scomposta creatività, durante la quale l’Italia seppe conservare una continua apertura internazionale. L’America, allora, non sembrava tanto lontana, e non soltanto perché Michelangelo Antonioni si avventurava in Nevada per girare Zabriskie Point.