Recensione
Sergio Caroli, Il Giornale di Brescia, 10/02/2012

Nelle Lettere dal carcere la rottura con il comunismo

I dissensi fra Gramsci e Togliatti erano noti. Nel dopoguerra i curatori degli scritti dell’uomo politico sardo,dovendo far collimare il suo pensiero con quello di Stalin, omisero tutti quei passi che accennavano a Bordiga, Trotzkij, Rosa Luxemburg e all’opposizione di sinistra. Nota è anche la lettera in cui Gramsci, pur dando torto all’opposizione di sinistra nell’Urss, esprimeva riserve sui metodi della maggioranza (Stalin-Bucharin), lettera che Togliatti, rappresentante del Pc d’Italia a Mosca, ritenne opportuno non inoltrare ufficialmente; ciò che provocò una vivace polemica personale tra i due.Quando nel 1928-29 il Comintern proclamò che fascismo e socialdemocrazia erano «fratelli gemelli»,Gramsci,indignato,sospese le discussioni in carcere: nel cortile ricevette palle di neve, ma con dentro sassi. Nella nuova biografia di Franco Lo Piparo «I due carceri di Gramsci. La prigione fascista e il labirinto comunista » (Donzelli, 152 pp., 16 eu), che va alimentando un vivace dibattito, l’autore,docente di Filosofia del linguaggio all’Università di Palermo, intende provare che già in carcere Gramsci ruppe con l’ideologia comunista. Cita una lettera del 27 febbraio 1933, in cui Gramsci dichiara di avere l’impressione che la sua vita sia stata un «dirizzone» (una cantonata), che alluderebbe alla rottura. Sul «Manifesto» Guido Liguori, studioso diGramsci,ha così replicato a Lo Piparo: «Nella stessa lettera Gramsci manifesta grande fiducia nella cognata Tania Schucht e in Piero Sraffa,che erano gli anelli di collegamento tra lui, l’Urss e il Pci.Non si può parlare di una rottura con il comunismo: la sua critica rimane sempre interna al movimen tonato dalla rivoluzione d’Ottobre. Semmai Gramsci, riflettendo sulla sconfitta subìta negli anni Venti,intende proporre lui stesso una concezione teorica adeguata per l’affermazione del marxismo in Occidente». Professor Lo Piparo, perché Gramsci bollò come «criminale» la lettera che Ruggero Grieco, alto esponente comunista, indirizzò a Mosca dove risiedeva Togliatti, poi spedita a Gramsci a San Vittore? C’era della esagerazione nelle parole di Gramsci.L’interpretazione prevalente è che abbia reagito così male perché riteneva che quella lettera, rivelando il suo ruolo non secondario nel comunismo internazionale, avesse aggravato la sua posizione processuale. Spiegazione non del tutto convincente. Gramsci era entrato in carcere come segretario del Partito comunista d’Italia - sezione della Terza Internazionale. Che cosa la lettera di Grieco rivelava che già non si sapesse? Le ragioni profonde di quella reazione, così eccessiva, non possono essere quelle. Nel libro avanzo l’ipotesi che a Gramsci abbia potuto dare fastidio che una fonte così autorevole (la lettera proveniva direttamente dalla capitale del comunismo) abbia rimarcato la sua appartenenza ideologica in un momento in cui cominciava a ripensarne criticamente i fondamenti culturali. A chi alludeva il giudice istruttore delprocesso a Gramsci,quando disse: «Onorevole, lei ha degli amici i quali certamente desiderano che rimanga un pezzo in galera»? Non so a chi pensasse il giudice. È ampiamente documentato che Gramsci pensava a Togliatti. Nella lettera del14 novembre1932, espunta da Togliatti nell’edizione del ’47, Gramsci comunica la sua decisione di divorziare da Giulia, madre dei suoi figli.Quale il significato? Nel libro provo a dimostrare che Giulia, in alcune lettere, è nome simbolo che sta a indicare la patria del comunismo realizzato. Il divorzio da Giulia era anche il divorzio dal partito e, forse, dal comunismo tout court. Nella lettera è lo stesso Gramsci a dirlo alla cognata. «Non devi fermarti all’apparenza strana diciòcheti scriverò(…)madevipartire dal concetto che ho altri argomenti oltre quelli che ti esporrò». La risposta di Sraffa a Tania non lascia adito a dubbi sul fatto che quel divorzio alludesse ad altre separazioni: «la lettera implica quasi che Giulia sia legata a Nino da un "contratto", così che ne può essere sciolta col consenso della "controparte"! È evidente che in realtà il legame è di altra natura,ed è affatto indipendente dalla presenza o assenza del"consenso" di Nino». Lei scrive che Gramsci, liberato dal carcere fascista, avrebbe avuto vita breve: «un plotone di esecuzione o un attentato erano a portata di mano » e che fu l’opportunismo di Togliatti a salvarlo. Non è un «argomentum e silentio»? Quello che sostengo è ben documentato. Davide Lajolo nel suo «Diario» scrive che Togliatti parlando dei processi staliniani gli ha detto: «Gramsci, al mio posto, si sarebbe fatto uccidere». Lei afferma che tra i «Quaderni del carcere» ve ne era uno forse fatto sparire per il contenuto eretico. Alcune testimonianze sul numero dei Quaderni divergono dal numero che conosciamo. Giulia e Eugenia (moglie e cognata di Gramsci) nel 1940 scrivono a Stalin per convincerlo a non affidare a Togliatti la cura editoriale dei «30 quaderni, attualmente in nostro possesso». I Quadernidi riflessione storica e teorica attualmente in nostro possesso non sono trenta ma ventinove. Aggiunga anche che c’è un quaderno privo delle etichette su cui la cognata Tania scriveva il numero che andava attribuendo a ciascun quaderno. Sulla copertina in alto a destra si legge un misterioso numero 34. I quaderni compilati da Gramsci che conosciamo sono 33: da dove salta fuori ilnumero 34? Sono dati oggettivi che richiedono una spiegazione.