Recensione
Lucio Caracciolo, La Repubblica, 01/02/2012

Così la caduta di Gheddafi fermò la primavera araba

La rivolta contro il regime di Mu’ammar Gheddafi in Libia, a metà del febbraio 2011, segna l’avvio della rivoluzione libica e della controrivoluzione geopolitica regionale pilotata dalle petromonarchie del Golfo e parallelamente dai Fratelli musulmani, con il sostegno di Francia, Gran Bretagna e – assai più defilati ma decisivi – Stati Uniti. La caduta e l’esecuzione di Gheddafi sono una cesura nella finora breve vicenda della Libia (in quanto Stato, invenzione coloniale italiana degli anni trenta), ma sono soprattutto un evento fondamentale sul più vasto scacchiere regionale. Occorre quindi tentare di interpretarne origini e conseguenze su più scale. Questo libro ci offre l’occasione di approfondirne le dinamiche, di scavarne le radici storiche, di avanzare alcune ipotesi sul futuro della Libia. È necessario premettere, per coloro che hanno seguito la rivoluzione libica attraverso i mezzi di comunicazione di massa – a cominciare dalla televisione, senza escludere reputati giornali e influenti siti web –, che narrazioni e analisi qui affidate a specialisti possono sembrare dissonanti, financo contraddittorie rispetto alla vulgata. In parte è inevitabile, in quanto la cronaca è schiava del tempo reale (o quasi), che lascia poco spazio ai controlli e all’incrocio delle fonti consentiti da una maggiore distanza temporale. Ma nella maggior parte dei casi le vere e proprie «bufale» circolate sui media di tutto il mondo – con lo scopo di accentuare le brutalità di Gheddafi, di nascondere o edulcorare quelle dei ribelli, presentati come combattenti per i valori occidentali, e di offrire quindi una lettura in bianco/nero dei fatti – sono frutto della vittoriosa campagna di disinformazione condotta dai controrivoluzionari. Ossia da parte delle succitate potenze arabe ed euroatlantiche che hanno cavalcato e cercato di indirizzare una spontanea rivolta popolare esplosa in Cirenaica e poi gradualmente diffusa in gran parte della Libia in vista dei loro interessi geopolitici. Campione di tale propaganda è stata la tv qatariana Al Jazeera, di proprietà dell’emiro al-Thani, che già aveva svolto un ruolo di primo piano a piazza Tahrir. L’emittente della famiglia regnante più autocratica di tutto il Golfo come portabandiera della «democrazia» in Nord Africa, per tenerla il più lontano possibile da casa propria. Che poi, come rivelato da WikiLeaks, a guidarla fosse un uomo degli americani, anche per questo costretto alle dimissioni e sostituito da un cugino dell’emiro, è solo una nota a piè di pagina, su cui gli storici futuri faranno forse maggior luce. Il caso Libia merita dunque uno studio particolare. Non solo in quanto possibile apertura di una stagione di libertà e di progresso in Tripolitania, Cirenaica e Fezzan – se le locali fazioni riusciranno a esibire un’unità almeno di facciata, dopo essersi emancipate dal dittatore e dalla sua famiglia – peraltro incerta. Ma soprattutto come argine nei confronti della prima ondata insurrezionale che dal 17 dicembre 2010 aveva scosso il Nord Africa, a partire dalla Tunisia e dall’Egitto. Sisma percepito con terrore dall’Arabia Saudita e dai suoi satelliti nel Golfo. Regimi assolutisti che sposano il pubblico purismo islamico (di rado praticato in privato) al vincolo strategico con l’America, fondato sullo scambio fra energia araba e asset militari a stelle e strisce rivolti contro l’arcinemico comune: l’Iran. In ciò alleandosi di fatto con Israele. Tre eventi chiave marcano quasi contemporaneamente l’avvio della controrivoluzione: il ritorno del monarca saudita dal suo letto di cure estero per distribuire ai sudditi una pioggia di dollari (circa 200 miliardi in varie riprese) e migliaia di nuovi posti di lavoro (in buona parte nella polizia), onde prevenire il contagio rivoluzionario nel cuore del mondo islamico; l’invasione saudita del Bahrein, per soffocarvi una rivolta popolare (non solo sciita), operazione appoggiata dal Qatar e dagli Emirati Arabi Uniti; la guerra per rovesciare Gheddafi, erratico nemico di Riyad e di quasi tutti i regimi arabi, oltre che degli islamisti. Tutto nel fatidico febbraio 2011. Il motto che da allora lega i controrivoluzionari d’Oriente e Occidente, e sul quale convergono gli interessi delle principali economie del mondo, è: «Impedire che la “primavera araba” diventi “primavera araba saudita”». A quel punto, l’inverno globale sarebbe garantito. Il principale produttore energetico in subbuglio, e con esso probabilmente la vasta corona delle petromonarchie arabe e del Golfo, sommato alla crisi finanziaria ed economica partita dagli Stati Uniti, diffu- sa in Europa e ormai minacciosa persino per la Cina: il peggiore degli scenari possibili. Fra i prezzi che Stati Uniti e altre potenze occidentali sono stati disposti a pagare – almeno finora e con qualche riluttanza – spicca l’apertura di credito alla Fratellanza musulmana. In Egitto, in Marocco, in Tunisia e anche in Libia – aspettando Siria, Palestina, Giordania e altri paesi ancora. Non per simpatia, ma per realismo. Caduti i dittatori amici, e in attesa che i principi delle rivoluzioni americana e francese attecchiscano da quelle parti, i principali attori oggi organizzati, relativamente credibili e molto pragmatici sono i Fratelli. O almeno la parte più moderna e meno fanatica di quel grande movimento sociale e politico. Nella prima fase della rivolta contro Gheddafi, quando un tentativo di colpo di Stato organizzato da dentro il regime e sostenuto da francesi e britannici ha incrociato anzitempo l’onda di Bengasi, il profilo dei Fratelli è stato molto basso. Anche per non nuocere alla narrativa mediatica occidentale che presentava i combattenti antigheddafiani come dei jeffersoniani del deserto. Solo nell’attacco finale e nella liberazione di Tripoli è venuto alla luce il ruolo decisivo delle brigate islamiste nella liquidazione del regime, ben più robuste delle raccogliticce milizie del Consiglio nazionale di transizione, referente dei franco- inglesi e della Nato nella guerra contro Gheddafi. A guidarle sul campo, un jihadista doc come Abdelhakim Belhadj. A ispirarle e orientarle politicamente, lo sceicco Ali al-Sallabi, esponente dei Fratelli musulmani, il quale ha messo in ombra i «secolaristi» veri o presunti della Cirenaica e gli ex esuli troppo ambiziosi. Mentre emergevano le istanze locali e regionali, a cominciare da Misurata o dai berberi dei monti Nafusa, a quanto pare supportati da confratelli cabili. Ciascuna di tali fazioni dotata di proprie milizie, addestrate da trainer occidentali o arabi – qatariani in testa. Il Qatar ha inviato sul terreno centinaia di soldati in incognito. Almeno altrettanti fra uomini delle forze speciali, agenti dell’intelligence e contractors sono stati schierati da potenze occidentali, Italia non del tutto esclusa. È presto per intuire come finirà la rivoluzione libica. Soprattutto, sarà importante osservare la competizione per i territori e le loro risorse – petrolio, ma anche acqua – fra le varie fazioni politiche, etniche e religiose (tra cui anche una componente salafita), che continua a suon di kalashnikov. Non sappiamo ancora chi abbia vinto la guerra di Libia. Sappiamo solo per certo chi l’ha persa: in Libia, Gheddafi e i suoi; nella regione, noi italiani. Completamente spiazzati dalla mossa francese e britannica, disorientati dalle iniziali incertezze americane, abbiamo preso nel giro di un paio di mesi ogni posizione possibile.Per virare in cerca del vento migliore. Ma siamo stati una vela, non il timone. Sarà forse nel nostro Dna geopolitico, eppure anche la nostra seconda guerra di Libia - dopo la prima,cent'anni fa - non passerà alla storia come una gloriosa affermazione dei nostri interessi nazionali. L'Italietta postrisorgimentale si rivelò in Libia una potenza coloniale di cartapesta, perdendo d'un colpo simpatie e influenze nell'intero mondo levantino in cambio dello "scatolone di sabbia", di cui ancora non conoscevamo a fondo le risorse. L'attuale Repubblica italiana non ha perso l'occasione, celebrando il centocinquantenario dell'indipendenza nazionale, di perdere ancora una volta la faccia. Forse vi siamo talmente abituati da non farci più caso.