Recensione
Ishmael, Italia Oggi, 07/02/2012

Al Diario dal carcere di Gramsci hanno fatto un lifting alla Einaudi

Antonio Gramsci, secondo segretario (dopo Amadeo Bordiga, che fu il primo) del Pcd’I, il Partito comunista d’Italia — sezione italiana della Terza Internazionale, è stato per decenni l’icona della «diversità» dei comunisti italiani: i sovietici una cosa, noi un’altra. C’era, in effetti, qualche differenza tra Gramsci e i sovietici, che lo consideravano un eretico, come Trotzky e Bucharin, di cui prese le difese al momento sbagliato, cioè poco prima di fi nire in un carcere fascista, quando in Urss era cominciata la guerra di Stalin contro tutti (prima contro i bolscevichi disallineati, poi anche contro quelli allineati e infi ne contro l’intera società russa). Ma l’eretico, se ce n’era uno, era lui, Gramsci, non certo «i comunisti italiani», come poi gli storici accasati a sinistra avrebbero cercato di far credere (e ancora ci provano). Ordinario di fi losofi a del linguaggio a Palermo, Franco Lo Piparo racconta esemplarmente tutta la storia in questa sua bella e intrigante indagine fi lologica: I due carceri di Gramsci. La prigione fascista e il labirinto comunista, Donzelli, pp. 146, euro 16,00. Scena prima: Gramsci, in carcere, riceva una lettera compromettente (lui dirà «criminale» e «famigerata») da Mosca, che lascia allibiti, per la gravità delle rivelazioni che contiene circa il ruolo di Gramsci nell’apparato del Comintern, gli stessi giudici del tribunale speciale fascista Gramsci pebsava che l’ispiratore della lettera fosse Palmiro Togliatti (secondo Julia Schucht, la moglie russa di Gramsci, quest’ultimo pensava che il futuro Migliore fosse «una persona a doppia faccia che non merita fi ducia», mentre per Tania Schucht, sorella di Julia, era «un compagno ex amico»). Scena seconda: Gramsci, sempre in carcere, dice alla cognata Tania d’essere a «uno svolto decisivo nella mia vita» e dice di considerare le sue scelte politiche «un dirizzone», un abbaglio, una cantonata; in buona sostanza non è più un bolscevico, se mai lo è stato. Scena terza: Piero Sraffa, economista a Cambridge, amico di gioventù sia di Gramsci che di Togliatti, scrive a Tania di ricordare a Gramsci che ha «moglie e fi gli in Unione sovietica». Scena quarta: i quaderni di Gramsci. Togliatti scrive al segretario dell’Internazionale comunista Georgi Mihajlov Dimitrov il 25 aprile 1941, quattro anni dopo la morte del «compagno ex amico»: «I quaderni di Gramsci che io ho già quasi tutti accuratamente studiato, contengono materiali che possono essere utilizzati solo dopo un’accurata elaborazione. Senza tale trattamento il materiale non può essere utilizzato e anzi alcune parti se fossero utilizzate nella forma in cui si trovano attualmente, potrebbero essere non utili al Partito. Per questo io credo che sia necessario che questo materiale rimanga nel nostro archivio per essere qui elaborato». Scena quinta: Togliatti, nel 1945, racconta che «il risultato dei suoi studi è consegnato in una trentina di quaderni coperti di fi ttissima scrittura a penna, che sono pure conservati a Mosca, essendo riuscita una cognata del nostro compagno a trafugarli dalla sua cella la sera stessa della sua morte, grazie al trambusto creatosi». Naturalmente è tutto inventato: Gramsci, quando morì, nel 1937, aveva lasciato il carcere da quasi tre anni. Probabilmente sono inventati (e certamente edulcorati e rimaneggiati) anche gli stessi quaderni gramsciani. Gramsci in persona è diventato un’invenzione di Togliatti e della Casa editrice Einaudi. Non gli hanno permesso di morire da liberale, come pensa Lo Piparo forse largheggiando, o almeno da ex comunista, come sicuramente avrebbe preferito lui, se non avesse avuto «moglie e fi gli in Unione sovietica».