Recensione
Dino Messina - Blog, Corriere della Sera, 02/02/2012

Antonio Gramsci e il fantomatico quaderno scomparso

Capo del comunismo italiano e marxista rivoluzionario convinto oppure uomo tormentato che, come scrisse in una lettera alla cognata Tania del 27 febbraio 1933, si sentiva ormai estraneo a quell'universo ideologico per cui aveva lottato ed era finito in carcere? La tesi di un Grramsci criptoliberale venne tra l'altro avvalorata nell'immediato dopoguerra anche da una dichiarazione di Benedetto Croce che leggendo le lettere dal carcere si lasciò sfuggire: è uno dei nostri. Poi il filosofo napoletano si corresse, ma quella dichiarazione venne più volte ripresa.

Di questi tormenti e questioni si occupa una nuova biografia dedicata al fondatore del Partito comunista d'Italia, "I due carceri di Gramsci. La prigione fascista e il labirinto comunista" scritto da Franco Lo Piparo ed edito da Carmine Donzelli. La tesi della doppia prigione per la verità non è nuova, era il filo conduttore della bellissima biografia scritta da Aurelio Lepre, "Il prigioniero", il quale trattava naturalmente della famosa lettera di Grieco in cui in cui si parlava apertamente del ruolo di leader di Gramsci. Una lettera, del 1928, che fece dire al giudice Macis: ma è sicuro, Gramsci, che lei sia circondato da amici? Quasi una prova del tradimento del partito, della volontà che quelli di Mosca (anche Togliatti) volessero tenere Gramsci in galera.

Quella lettera, assieme ad altre, fu censurata da Togliatti nella prima versione delle "Lettere dal carcere". Ma lo Piparo va ancora più in là: sostiene l'esistenza di un trentaseiesimo quadernno, oltre a quelli finora conosciuti e classificati nella storia edizione filologica a cura di Valentino Gerratana (Einaudi), che negli anni Settanta sostituì quella per argomenti pubblicata da Editori Riuniti. In questo presunto quaderno mancante, secondo Lo Piparo, Gramsci avrebbe raccontato il suo disagio profondo verso il comunismo e l'internazionale staliniana.

A me sembra che Gianni Francioni sull'"Unità" abbia buon gioco a dimostrare che quel quaderno non sia mai esistito e che l'equivoco derivi da un semplice errore di trascrizione della cognata. Ha anche ragione Guido Liguori, citando Wittgenstein, a dire che non non bisogna parlare di ciò che non si conosce.

Dissentiamo invece dai due recensori quando prendono le distanze anche dalle tesi sul contrasto profondo tra Gramsci e il comunismo così come si andava realizzando. Il leader comunista italiano venne lasciato solo (e controllato), considerato un personaggio scomodo. E' pur vero che dobbiamo a Togliatti (oltre che a Piero Sraffa e a Tania Schucht) se i quaderni e le lettere siano giunti fino a noi. Come in molte cose, forse anche qui la verità (scomoda) sta nel mezzo: Togliatti da quel gran navigatore che era controllò Gramsci, ma non volle che quel patrimonio di cultura che sono i Quaderni e le Lettere andasse disperso. Non volle mai affidarli agli uomini di Stalin. Così, pur censurati, e in parte manipolati, video la luce nell'immediato dopoguerra.