Recensione
Antonio Carioti, Corriere della Sera, 03/02/2012

"Gramsci ripudiò il comunismo": il giallo del quaderno mancante

Il caso Gramsci resta aperto. Pensatore tra i più letti al mondo, è un vanto del marxismo italiano e del Pci, di cui fu leader. Ma tra lui e il partito, specie dopo la sua incarcerazione sotto il fascismo, vi furono contrasti e dissensi. «Antonio Gramsci non muore culturalmente comunista: è un uomo in crisi che cerca una via, perché è consapevole delle ragioni per cui sta fallendo l'esperienza bolscevica», dichiara al «Corriere» il filosofo del linguaggio Franco Lo Piparo, che ha appena rilanciato la questione con un saggio dal titolo assai significativo: I due carceri di Gramsci. La prigione fascista e il labirinto comunista (Donzelli, pp. 152, € 16). Tra l'altro, in una lettera del 27 febbraio 1933, Gramsci afferma di avere l'impressione che la sua vita sia stata un «dirizzone», cioè una cantonata, un abbaglio. Per Lo Piparo qui il riferimento, per quanto sottinteso, è proprio all'ideologia comunista, da cui l'intellettuale sardo si sarebbe sentito ormai distante. Dissente da questa interpretazione, come ha scritto ieri sul «Manifesto», lo studioso del pensiero politico Guido Liguori: «Nella stessa lettera Gramsci manifesta grande fiducia nella cognata Tania Schucht e in Piero Sraffa, che erano gli anelli di collegamento tra lui, l'Urss e il Pci. Non si può parlare di una rottura con il comunismo: la sua critica rimane sempre interna al movimento nato dalla rivoluzione d'Ottobre. Semmai Gramsci, riflettendo sulla sconfitta subita negli anni Venti, intende proporre lui stesso una concezione teorica adeguata per l'affermazione del marxismo in Occidente». Un altro punto su cui Lo Piparo insiste è l'ipotesi che, oltre ai Quaderni del carcere gramsciani a tutti noti, ve ne fosse un altro, forse fatto sparire per il suo contenuto eretico. Sull'«Unità» di ieri Gianni Francioni ha smentito tale eventualità, spiegando il mistero del «quaderno scomparso» con un errore di numerazione di Tania. Ma Lo Piparo non è convinto: «C'è una lettera di Julia Schucht, moglie di Antonio, e dell'altra sorella Eugenia, del 5 dicembre 1940, in cui si citano 30 quaderni di riflessioni teoriche, mentre noi ne abbiamo solo 29. E anche altri grossi indizi suggeriscono che ce ne fosse uno in più rispetto a quelli che sono stati pubblicati». Liguori la pensa diversamente: «I quaderni erano più di 30. Se si contano quelli di traduzioni, quelli in bianco, quello compilato da Tania come indice, si arriva a 36. Errori ed equivoci nel conto mi sembrano inevitabili. Ed è insostenibile l'idea di Lo Piparo che il presunto quaderno scomparso sia stato distrutto in Italia, dopo la fine del fascismo, mentre si poteva benissimo farlo sparire in Urss».