Recensione
Lucetta Scaraffia, Il Sole 24 ore, 30/01/2012

Contro la tirannia della normalità

La Kristeva affronta la disabilità mossa da una vicenda personale, mentre Vanier è un uomo di fede: dal loro incontro il libro titolato con una frase di Ibsen. Julia Kristeva e Jean Vanier condividono sull'handicap l'idea di un nuovo umanesimo che accetti la vulnerabilità e la mortalità degli uomini

Una vera corrispondenza, con i suoi tempi lunghi e le riflessioni che nascono nell'attesa, è quella che intercorre fra due personaggi molto diversi tra di loro, la psicanalista e intellettuale Julia Kristeva e Jean Vanier, il fondatore dell'Arca e di Fede e luce, una laica e un cattolico, una donna di pensiero e un uomo di fede e di azione. Che hanno però un forte interesse in comune: quello di rendere umana la vita degli handicappati, di rompere il muro di quella "normalità" che si basa sull'eccellenza e la competizione per aprire la mente verso il diverso e scoprire i tesori nascosti che ci può donare. Sono pagine, come scrive il cardinal Ravasi nella sua prefazione, che «fremono e sono intrise di passione, di tenerezza e di sofferenza. In esse l'intelligenza abbraccia l'amore». Julia affronta il problema dell'handicap mossa da una vicenda personale, il figlio David, mentre Jean è trascinato da una passione per i deboli, i marginali, che l'ha portato, lui ufficiale di marina, ad abbandonare la carriera per dedicarsi prima ai poveri di Harlem, poi ai portatori di handicap in Francia. Condividono il sogno di un nuovo umanesimo, di una cultura che accetti la vulnerabilità e la mortalità di ognuno, perché la difficoltà che si prova davanti ad un essere sofferente, scrivono entrambi, nasce dalla paura di essere invasi dalla minorazione, che riecheggia le ferite di ognuno di noi. Julia, che apprezza il lavoro di Jean, si impegna nella sfera pubblica, con convegni e iniziative - come gli stati generali della disabilità nella grande sala dell'Unesco a Parigi - per riunire due mondi, coloro che sono handicappati e coloro che non lo sono. Lotta per una trasformazione culturale: una ricerca scientifica che curi e «un'etica capace di coesistere con il limite e con l'impossibile», denunciando una diffusa volontà di potenza «che corre dritta verso l'eugenetica». Vuole cambiare lo sguardo dei non disabili sulle persone in situazione di handicap. È Julia a trovare la bellissima frase di Ibsen che è diventata il titolo del libro: «il loro sguardo buca le nostre ombre». Vanier, nelle parole della sua interlocutrice, riconosce «il grido della mamma di David contro la "tirannia della normalità"» e contrappone alla sua riflessione pensieri su una vita quotidiana di condivisione con handicappati anche gravi. Non parla di diritti politici e sociali, ma «di osare amare, rischiare l'incontro, vivere senza lasciarsi dominare dalla tirannia della normalità e della mortalità» e, per fare questo, sa che occorre vivere nell'umiltà, non credersi superiori e soprattutto integrare la prospettiva della morte. Nelle nostre società costruite sulla competizione, scrive, i disabili apportano un'altra visione, il senso del rapporto e dell'ascolto reciproco. Se gli obiettivi sono gli stessi, e condividerli dà loro forza e coraggio, le lettere non trascurano di affrontare anche le divergenze, in questo campo particolarmente significative: viviamo infatti in una cultura che spesso contrappone beneficenza laica a carità cattolica, morale laica a quella cattolica. Julia scrive che è stato Voltaire a reclamare per primo una cittadinanza in senso pieno per i disabili, e pensa che il nuovo umanesimo che vuole contribuire a fondare debba crearsi in un confronto con le diverse religioni, ma senza una fede di riferimento. Constata infatti con soddisfazione che «oggi le diverse comunità, cattoliche o protestanti, che si occupano delle persone handicappate non rivendicano necessariamente legami confessionali e offrono una presa in carico laica che non si basa ostentatamente su una concezione specifica dell'handicap interna alla fede». Per Jean, «il nuovo umanesimo a cui aspiriamo tutti implica una trasformazione dei cuori e degli spiriti» e per questo è importante la fede, anche se non nega di provare «sempre ammirazione quando incontro qualcuno privo di fede, ma che si adopera con intelligenza e saggezza per una società più fraterna e più umana». I più deboli, secondo lui, occupano un posto importante proprio per la loro virtù di trasformare i cuori. Anche per Julia il rapporto con i disabili muove energie profonde, perché è convinta che ogni essere umano contenga l'infinito dentro di sé, e sa che l'handicap ci pone ai confini di vita e mortalità, e non solo ai margini del patto sociale, con le sue nozioni di normalità e anomalia: ritiene però che il rapporto con loro possa e debba venire utilmente affrontato attraverso la psicanalisi. Qui la divergenza con Jean si fa più forte. Egli infatti ricorda che non tutti possono affrontare questa terapia, ma che tutti hanno bisogno di essere accompagnati con rispetto e competenza. E affronta anche il problema del suo rapporto personale con la psicanalisi, a cui contrappone l'esperienza nell'Arca, che per lui «è una scuola, una presa di coscienza dei miei blocchi, dei nodi che porto dentro di me». Alla fine è Julia a sollevare la questione centrale:«tu insisti sulla maniera di stare al mondo che chiami "presenza e comunione" ma è molto più difficile condividerla se non c'è una trascendenza o adilà a garantirmi eternità, resurrezione o paradiso». È proprio su questa mancanza di aspettativa in una ricompensa finale che si fonda l'idea della superiorità della morale laica, ma il rapporto fra i due corrispondenti, e la dolcezza consapevole con cui risponde Vanier, ci portano molto più in là di questa superficiale constatazione.