Recensione
Goffredo Fofi, Il Sole 24 ore /Domenica, 29/01/2012

Periferia molisana da capire

Dopo Signora Ava, che ha finalmente destato l'interesse dei critici e studiosi e di un nuovo pubblico grazie a una ristampa voluta per i 150 anni storia unitaria, e di cui si è finalmente compreso che è uno dei pochi capolavori letterari dedicati al nostro Risorgimento e, insieme, alla società contadina e alla sua cultura, Donzelli ripropone il secondo grande romanzo dello scrittore molisano Francesco Jovine. Signora Ava è del 1942, e parla di ottant'anni prima, Le terre del Sacramento è del 1950. Apparso postumo poco dopo la morte dell'autore, poi coronato dal Viareggio, parla di trent'anni prima, collocando la sua vicenda sullo sfondo di un altro sconvolgimento storico, l'avvento del fascismo, ma pur sempre dal punto di vista di un'Italia periferica, provinciale, povera, lontana da Roma e lontanissima da Milano. Stavolta non si tratta di un piccolo centro di mezza montagna, ma di una piccola città che, nella geografia molisana dell'epoca, ha la sua importanza, e che continua ad aver Napoli come suo punto di riferimento, perché Napoli è la sua capitale culturale, è la città dove i figli dei benestanti vanno a studiare per diventare, il più delle volte, avvocati o notai. Il coro e la varietà dei personaggi non sono meno folti che in Signora Ava, attorno, ancora una volta, a un "eroe" maschile, Luca Marano, che ha studiato e non è un ingenuo come il Pietro Veleno di Signora Ava che finiva brigante. Anche lui ha davanti un personaggio femminile forte, e preti, borghesi, funzionari, contadini... ceti sociali divisi al loro interno, anche quando i loro interessi appaiono ben definiti. Soprattutto i preti, perché il fondo cristiano del romanzo è ancora più forte che in Signora Ava e divide anche loro, e la scelta di Luca sarà quella evangelica di mettersi dalla parte della vera giustizia e cioè degli oppressi, dei contadini affamati del dopoguerra che decidono di occupare "le terre del Sacramento", abbandonate e incolte. Questa scelta costa a Luca la vita, e il romanzo conclude con il pianto funebre della madre e delle contadine, che a Francesco D'Episcopo autore della preziosa introduzione alla riproposta donzelliana, non poteva non evocare il "pianto rituale" che negli anni in cui Jovine scriveva il suo romanzo Ernesto De Martino registrava in Lucania, tra altri contadini di un tempo a noi più vicino. Le terre del Sacramento uscì nel 1950 in una collana minore di Einaudi, una sorta di "Universale" del militante povero pensata, credo, in ossequio a una funzione pedagogica propugnata dal Pci, la stessa collana il cui bestseller fu L'Agnese va a morire della Viganò, e dove ebbero posto i transitori successi neorealisti e un po' retorici di Silvio Micheli. Insomma, non credo che Vittorini e Calvino considerassero Jovine con la dovuta attenzione, forse prigionieri anche loro di quelle riserve di cui la critica continuò a circondare l'opera di Jovine, considerandola vuoi neorealista vuoi populista vuoi, perfino, di propaganda comunista. Si può forse preferire Signora Ava a Le terre del Sacramento, ma le virtù di Jovine sono le stesse e risaltano anche qui: una visione non manichea ma profondamente studiata e direi vissuta dei meccanismi di funzionamento e delle posizioni di classe interne alla società meridionale anche nel nuovo secolo, un preciso senso della storia in una letteratura in cui il romanzo storico era assai raro.