Recensione
Giacomo Borbone, www.sololibri.net, 28/01/2012

Il capitolo finale della Storia economica di Weber

L’imponente opera del sociologo tedesco Max Weber è stata, fuor di dubbio, uno dei più grandiosi tentativi di comprensione delle dinamiche della società moderna (basata, essenzialmente, sul sistema economico capitalistico). In questo senso la strada era già stata battuta da Karl Marx con la sua monumentale opera Il capitale, dedicata proprio agli aspetti complessivi ed essenziali del modo di produzione capitalistico. Sia Max Weber che Karl Marx si rendono conto, come pochi prima di loro, che per comprendere il destino della società occidentale bi-sognava indagare le complesse dinamiche del capitalismo, ma il loro approdo sarebbe stato ben diverso.

Com’è noto, Marx stabilì tre dipendenze fondamentali: - Struttura (rapporti di produzione: ad es., il rapporto capitalista/lavoratore salariato, padrone feudale/servo della gleba, padro-ne/schiavo; all’interno dei quali scaturisce la lotta di classe), - Sovrastruttura giuridica e politica (Stato, Costituzioni, leggi, partiti politici), - Determinate forme di coscienza sociale (morale, costume, arte, religione, letteratura, gusto estetico, ecc.).

Max Weber, invece, criticò con particolare veemenza l’idea marxiana secondo cui il fattore economico è quello che in ultima istanza si rivela determinante nella storia, proponendo un punto di vista completamente diverso. Difatti, a detta del sociologo tedesco, questa sorta di economicismo andava rigettato con forza e con vigore, poiché le origini del capitalismo moderno andavano invece rintracciate nell’etica protestante. Questo punto di vista, certamente originale, venne da Weber sviluppato in guisa sistematica nel celebre volume L’etica protestante e lo spirito del capitalismo (1904-1905), ma tale tesi trovò uno sbocco altrettanto sistematico nel volumetto che qui presentiamo, ossia Le origini del capitalismo moderno.

Il lavoro incluso in questo saggio Le origini del capitalismo moderno (trad. it. di Sandro Barbera e con una introduzione di Carlo Trigilia, Donzelli, Roma, 2009) costituisce il capitolo finale della sua celebre Storia economica, opera invero non destinata alla pubblicazione, ma caratterizzata da alcuni manoscritti che il sociologo tedesco utilizzò per un corso tenuto all’Università di Monaco tra il 1919 ed il 1920, per poi essere pubblicata postuma nel 1923. In questo scritto, Max Weber riprende la tesi esposta nella sua Etica, ossia che il capitalismo occidentale ha assunto quei connotati che lo contraddistinguono anche grazie all’etica protestante. In effetti, afferma Max Weber,

“Ciò che in definitiva ha creato il capitalismo è l’impresa razionale durevole, la contabilità razionale, la tecnica razionale, il diritto razionale ma di nuovo non questi fattori da soli”

continua il sociologo tedesco, poiché

“doveva aggiungersi ad integrarli l’attitudine razionale, la razionalizzazione della condotta di vita, l’ethos economico razionale” (p. 95).

Con queste parole Max Weber cerca di porre l’attenzione su un punto ben preciso: il capitalismo non si basa unicamente sull’incessante ricerca del profitto, poiché quest’ultima era tipica anche di forme di capitalismo non-occidentali. Ma a differenza delle altre forme di capitalismo, solamente quello occidentale moderno

“ha creato un’organizzazione razionale del lavoro, che altrimenti non avrebbe fatto mai la sua comparsa. Commercio ve n’è stato dovunque e sempre, ed è possibile ricostruirne la presenza risalendo fino all’età della pietra; così pure troviamo, nelle varie epoche e civiltà, finanziamenti per la guerra, funzioni statali, appalti delle imposte e degli uffici pubblici, ecc., ma non un’organizzazione razionale del lavoro” (pp. 53-54)

Secondo Weber, in nessun’altra civiltà ritroviamo ciò che è tipico dell’Occidente, ossia (oltre all’organizzazione razionale del lavoro) lo stato nel senso moderno, il diritto razionale, la scienza moderna e l’ethos razionale della conduzione della vita. Ovviamente, l’ethos razionale della conduzione della vita, rintracciabile nel calvinismo, non porta Weber a sostenere l’equazione causale calvinismo-capitalismo; piuttosto, il sociologo tedesco cercava di rovesciare lo strutturalismo marxiano sostenendo che, in fin dei conti, per dirla in termini marxiani, fu proprio un elemento sovrastrutturale a porsi come precondizione per la nascita della mentalità capitalista moderna. In questo senso va intesa anche la ben nota concezione weberiana del beruf, termine che Weber intende sia come “professione” sia come “vocazione”, e che in fin dei conti funge da trait d’union tra il calvinismo ed il capitalismo. A proposito del termine beruf il sociologo tedesco così scrive:

“Esso esprime il valore dato all’impegno razionale nel lavoro e quindi anche all’attività capitalistica acquisitiva come adempimento di un compito voluto da Dio” (p. 108).

In questo breve ma intenso testo è possibile cogliere, nei suoi lineamenti generali, il fulcro del pensiero weberiano, il quale costituisce, pur con tutti i suoi limiti, un passaggio obbligato per la comprensione del mondo contemporaneo.