Recensione
Francesco D'Episcopo, Il Mattino, 24/01/2012

Il Sud e Napoli nelle "Terre" di Jovine

Una vita, quella di Francesco Jovine, interrotta nel momento più intenso della sua maturità. Solo quarantotto anni, il cui epilogo è rappresentato da “Terre del Sacramento”, che si ripropongono come un documento di alto spessore letterario, che spacca a metà un secolo, il Novecento, offrendone una suggestiva lettura à rebour e in progress. Romanzo lineare si annunzia subito quest’ultima opera di Jovine, pubblicata per la prima volta nel 1950, poco dopo l’improvvisa scomparsa dell’autore, che riscosse un immediato successo di critica e di pubblico. “Le terre del Sacramento” allargano e sviluppano la prospettiva geografica e storica elaborata da Francesco Jovine per la sua terra d’origine nel precedente romanzo “Signora Ava” , del 1942; il paese diventa città, Guardialfiera si fa Calena, ma conserva la sua consistenza nel borgo di Morutri, in una forte contaminazione geografica tra alto e basso Molise. La stessa capitale del Sud, Napoli, si fa più vicina e interagisce in quella dialettica città-campagna, fondamentale anche per cogliere la sostanza della cosiddetta questione meridionale, che, nel caso specifico di Jovine, si focalizza su quella che si potrebbe definire “questione molisana”. Gli anni , poi, ai quali il romanzo fa riferimento, sono quelli della crescente affermazione del fascismo culminanti nella Marcia su Roma. Le terre, che rappresentano il motivo conduttore di tutta la ricerca joviniana, sono quelle del Sacramento, ex dipendenze della Chiesa, espropriate e svendute a privati, sulle quali gravano problemi di uso civico con i comuni confinanti e di ipoteca. Il narratore presenta, quasi teatralmente, i suoi personaggi ( che, spesso, sollevano le braccia al cielo), in cerca di un autore capaci di raccontarli e rappresentarli, assegnando loro un giusto destino. Ed è questa la funzione principale che lo scrittore si attribuisce. Tra i personaggi più “teatrali”, si pensi, soprattutto, allo stravagante don Benedetto Ciampitti e al duca di Pietracatella, che parla in francese e napoletano. Notevole è lo spazio che nel romanzo Jovine conferisce alle donne, sulla scia anche della stimolante funzione umana e pedagogica esercitata su di lui dalla sua stessa compagna di vita e cultura, Dina Bretoni, alla quale si deve una divulgativa edizione scolastica di Signora Ava, a cui ci siamo attenuti nella recente riproposta donzelliana del romanzo, e alla quale spettò condurre in porto la prima edizione delle “Terre del Sacramento”, che, nello stesso anno in cui fu pubblicato, vinse il premio Viareggio ex aequo con il romanzo “Speranzella” di Carlo Ternari. Clelia è la fedele cugina di secondo grado di Enrico Cannavale, con il quale dovrà condividere un rapporto fisico mal sopportato, perché non sorretto da un corrispondente sentimento d’amore, che invece ella sentiva palpitare dentro il suo essere donna. Laura è l’intraprendente , più lontana parente di Enrico, che conquisterà sempre maggior spazio nella casa e nel corpo dell’uomo, a danno della sfortunata Clelia. La figura, con la sua disinvolta e femminile anticonvenzionalità, impone tutta la propria invadente , ma giustificabile presenza in un romanzo, nel quale eserciterà una funzione strategica centrale , dal principio alla fine. Laura porta i pantaloni, cavalca, fuma e a lei toccherà soprintendere sulle Terre del Sacramento , mettendo a repentaglio il proprio patrimonio, ma anche investendo proficuamente , nel momento in cui il suo compagno sarà costretto a trascurarle per sempre. E gli uomini? L’avvocato Enrico Cannavale, “la Capra del Diavolo”, è un personaggio decadente, caratterizzato da una sostanziale debolezza interiore e da una perenne inquietudine, che gli impediscono di provare sentimenti veri e profondi. Possidente in crisi economica, giocatore incallito, non si risparmia intense incursioni mondane oltre la città di Calena. Uomo di mondo, dunque, egoistico e solitario gestore della propria vita, domina sessualmente Clelia e si invaghisce di Laura. Egli è il sontuoso sultano della grande casa avìta, affollata di servizievoli presenze femminili, e non disdegna lo studio e l’attività politica, alla quale si dedica con un ulteriore sperpero del proprio già traballante patrimonio. Anche questo, una sorta di grottesco gioco infantile, in cui il mito velleitario è costretto a scontrarsi con la dura realtà. Elegante e curato sempre nella persona, egli viene proposto da Jovine come il prototipo di una classe di “signori” meridionali , che con le proprietà hanno un rapporto meramente economico ed esterno, ma poco o nulla si curano delle loro reali condizioni e, soprattutto, di quelle di coloro che vi lavorano e “consacrano” la propria vita, i contadini molisani, che a quelle terre dedicano le loro forze migliori, come lo scrittore aveva ripetutamente avuto modo di sottolineare nel su reportage giornalistico di Viaggio nel Molise (…)