Recensione
Leonardo Jattarelli, Il Messaggero, 24/01/2012

Fofi e la Strana gente che sa anticipare il futuro

Ci sono parole, certe parole, che nel diario di un viaggiatore potrebbero bastare da sole a raccontare più di qualsiasi descrizione paesaggistica o fascinazione per immagini o citazione di persone e personaggi. Ci sono parole come comunità, volontariato, minoranza, socialità, testimonianza che nel vocabolario di Goffredo Fofi , giornalista-scrittore-critico cinematografico e letterario e soprattutto uomo di attenzione, erano già nella giovinezza e via via sono diventate nella maturità , simboli di resistenza, di libero pensiero e agire per l’altro. Nel suo Strana gente, un Diario tra Sud e Nord nell’Italia del 1960, Fofi allora ventitreenne impegnato nel volontariato al Cepas, ci porta per mano in un’Italia scomparsa, nei meandri di una politica che si reggeva sull’asse Dc-Pci-Masi, tra le mura dei quartieri romani che si espandevano minacciosamente , in quell’epoca compresa tra la fine del Paese contadino e l’avvento del benessere economico pochi decenni dopo la morte del regime fascista e prima della rivoluzione del ’68. La doppia introduzione al suo libro , quella del ’93 alla prima edizione e quella di oggi, testimoniano del rigore e della immutata convinzione dell’autore riguardo a quello che viene definito il sale delle minoranze anche oggi: “Le minoranze non hanno mai cessato di esistere e di proporre almeno risposte forti all’ ingiustizia. Con la crisi, avranno più cose da dire che in passato e l’augurio è che possano continuare ad essere, come è sempre stato, il sale di nuove lotte e nuove speranze….Nella presente mutazione – scrive ancora Fofi – si aprono per loro spazi di intervento decisivi”. Il fine non è vincere “ma semmai intralciare l’azione dei vincenti e dei potenti, è testimoniare una diversità e assicurare la continuità della propria azione”. Sorretto allora dall’insegnamento di Danilo Dolci, il giovane Goffredo Fofi inizia la sua narrazione per stagioni con la febbre di fare, di partecipare e anche a volte con la noia, la stanchezza di un ragazzo che spesso si rifugia al cinema del quale è già amante ( nel diario c’è posto per Orizzonte perduto, La grande guerra, Il processo di Norimberga, La dolce vita, Un dollaro d’onore, Il settimo sigillo….) ma che non si distrae mai dal suo impegno:”Mi sembrava di soffrire in ogni cellula…una specie di disgusto di me come essere sociale squilibrato , poi subito dopo un bisogno forte di equilibrio , di trovarmi, di riscattarmi, di essere utile. Lottare lottare lottare, nonostante”. Stare all’opposizione, puntare sul risveglio delle coscienze, integrare, quando c’è bisogno, l’opera dei partiti, meno inchieste e più lavoro sul campo, questi comandamenti suoi e dei suoi tanti amici. Negli spostamenti in treno assieme ai compagni da sud a nord non è strano dunque imbattersi in personaggi come Carlo Levi, Ernesto Rossi, Norberto Bobbio, Ernesto De Martino ma lo sguardo non è mai fermo, sempre e comunque anticipatore. Oggi qual è la minoranza, quali le comunità, le socialità più autentiche se non quelle degli immigrati? E l’attenzione di Fofi già nel ’60 va oltreconfine: “L’Algeria vuole l’indipendenza, e la situazione è molto complicata. Ci sono spesso attentati, gli algerini sono tenuti sotto controllo, i fascisti e i militaristi francesi li odiano, la gente sembra o indifferente o razzista”. L’Italia è immobile: “Leggo di Londra, un’enorme marcia silenziosa di protesta contro i neonazisti in Germania e per la pace. Perché qui non si organizzano cose del genere o le fa soltanto, così ambigue e sovietiche, il Pci?”. Torna alla mente quanto ci disse qualche anno fa in un incontro ad Istanbul un altro uomo di attenzione, il grande documentarista Vittorio De Seta ( che, guarda caso, Fofi cita nel suo diario): “Viviamo tra indonesiani, filippini, sudamericani che nel nostro Paese cercano la vita. E per tutta risposta, noi li liquidiamo come vu cumprà, li vediamo come ombre. Il futuro è nella fusione, nel confronto, nella faticosa ricerca di un mondo vivibile”.