Recensione
Marco Pacione, Il Riformista, 12/08/2011

Il "pop" di Mecacci sfugge ma pervade

Non è impresa facile mettere ordine nel variegato mondo del pop. Che cos’è il pop? E’ la pittura di Andy Warhol? La musica di John Lennon? I prodotti artistici della tecnologia dei mass media? Le descrizioni e teorie della società dei consumi che si affermano a partire dal secondo dopoguerra? E’ arte, cultura, estetica? E’ tutte e tre queste dimensioni insieme? Oppure ancora è qualcosa che le trascende? Il recente libro di Andrea Mecacci , “L’estetica del pop”, è un tentativo di sistemare gli elementi identificativi , di ricostruirne la storia, di discuterne i personaggi e le opere che ne hanno caratterizzato la nascita e l’evoluzione. Informato, non ingessato, capace di far risaltare la terminologia tecnica quando necessario e inoltre di inserire efficaci formule nei momenti in cui i concetti si fanno sfuggenti. Il libro di Mecacci si sviluppa seguendo tre percorsi: filosofico, artistico e dell’immaginario collettivo, che si intrecciano e rendono difficile alla fine decidere quale definizione privilegiare per il pop. Considerando tutte le diverse vicissitudini, le molte sfaccettature e persino le contraddizioni, il pop è comunque riuscito ad elaborare un’estetica che ha avuto in Warhol il protagonista non soltanto nell’ambito della pittura, ma anche e di più come personaggio-icona assorbito in tutte le arti visive, nella moda, nella musica come dimostrano anche gli ultimi che raccolgono il suo testimone, e cioè Michael Jackson e Madonna. “Andy Warhol: il genio incontrastato della cultura pop, l’artista la cui influenza sulla contemporaneità è talmente evidente che diventa quasi irriconoscibile in questa trasparenza accecante , il guru delle minoranze, il grido dell’affarista , l’autocoscienza del bluff, il filosofo della superficie, il mutante tra Madonna e Marilyn Monroe”. Nel tratteggiare la storia del pop, Mecacci menziona il viaggio del 1963 attraverso gli Stati Uniti di Andy Warhol. Uno degli elementi più significativi di quella traversata da New York a Los Angeles è il fascino che i cartelli pubblicitari , le insegne, i prodotti di consumo acquistati nelle soste esercitano su Warhol e i suoi compagni viaggiatori. Sin dall’inizio, sin dal viaggio di Warhol il pop non elabora poetiche , ma trova le componenti di cui si serve in ciò che viene prodotto. Ciò comporta da un lato una relazione coi prodotti della cultura di massa e un’insita refrattarietà a teorizzarsi. “Il pop trova identità soltanto nella sua applicazione” scrive Mecacci. Se come si è detto alla fine arriva a declinare un’estetica, lo fa per via pratica: Mentre la teoria vera e propria si sviluppa non tanto sul, ma intorno e attraverso il pop come avviene ad esempio in Greenberg, NcDonald, McLuhan, Benjamin, Venturi, Eco. Il carattere non teorico non è un limite, è anzi un elemento peculiare che tuttavia non dipende direttamente dal pop, ma dal contesto più generale dal quale il pop attinge e contribuisce a realizzare. Dopo le avanguardie storiche e il modernismo , il pop è la prima temperie estetica che si lascia definitivamente alle spalle la dialettica nuovo e tradizionale, alto e basso, elitario e di massa, significato e significante. Invera rovesciandone la portata persino l’aura descritta da Walter Benjamin . Il pop dimostra che anziché sparire , l’aura si sparge , tocca potenzialmente ogni oggetto e soprattutto si riaggrega attorno alle celebrità la cui immagine tende così ad assumere i tratti dell’icona . Proprio perché il pop viene dopo i movimenti artistici della prima parte del 900, senza contrapporsi o continuare ciò che precede, dovrebbe farci stare in guardia dalla tentazione che di tanto in tanto emerge nel libro di Mecacci , di fare del pop stesso una categoria storica . E dato che il pop non ha stabilito una teoria né tanto meno scritto o promulgato manifesti , forse sarebbe meglio tentare di comprendere i suoi identificativi in una condizione più generale; quella che Lyotard chiamava condizione postmoderna che oggi è in ribasso, vittima anch’essa di sistemazioni storiciste e ridotta tendenza stilistica anziché essere considerata come dimensione ontologica.