Recensione
Claudio Vercelli, Il Manifesto, 27/11/2011

L'unificazione riletta nel segno del conflitto

La chiave del nuovo volume di Salvatore Lupo, dedicato all’Unificazione italiana (Donzelli 2011, pp. 184, euro 16,50), sta nel sottotitolo, dove campeggia il trittico Mezzogiorno, rivoluzione e guerra civile. Una lettura frettolosa del testo potrebbe indurre qualche critico interessato a ravvisare nell’opera del docente palermitano concessioni allo stile revisionista che ha inflazionato le tristi e dimesse contro-celebrazioni di quella vulgata che raccoglie neoborbonici, sanfedisti, vetero-legittimisti a cattolici identitari, «padani» e, non di meno, pubblicisti all’eterna ricerca delle luci della ribalta. Nulla di tutto ciò, invece, poiché il libro di Lupo non è una rilettura secondo paradigmi già dati bensì un’interpretazione problematizzante dei paradigmi medesimi. Che l’autore maneggi molto bene la materia lo si capisce fin dalle prime pagine, laddove identifica un primo nesso, quello tra il rinnovarsi del revisionismo antirisorgimentale e il succedersi degli stati di crisi dell’identità nazionale in centocinquant’anni di storia comune – nel passato come, quindi, nel presente. Del primo, peraltro, rivela la natura non necessariamente conservatrice, essendosene nutrito anche il pensiero progressivo, e finanche rivoluzionario, del Novecento, con i suoi costanti rimandi alla natura incompiuta del 1861. E tuttavia, nell’uno come nell’altro caso, ossia che si tratti di reazionari o di progressisti, è la matrice stessa ad essere, per Lupo, poco verosimile, se la si riduce al mero momento dell’unificazione. Poiché qualsiasi riflessione sullo stato di crisi in cui versa il nostro paese deve darsi coordinate temporali che abbiano un respiro più ampio, comprendendo non solo un durante e un dopo bensì un ampio arco precedente la creazione del Regno d’Italia. Laddove sussistevano, spesso ben strutturate, tradizioni e fedeltà che non si risolsero nei processi di costituzione di un’unica comunità nazionale ma che a lungo coesistettero, sia come subculture che formazioni sociali, destinate quindi a scontrarsi con lo stato delle cose che tra il 1859 e il 1861 andò invece imponendosi. Parrebbe ovvio ragionare in tali termini ma a giudicare dalla pubblicistica corrente l’attenzione in tal senso è stata piuttosto scarsa. E tuttavia il fulcro del lavoro di Lupo verte anche e soprattutto su altri baricentri, cercando di declinare in modo nuovo categorie interpretative e parole chiave del processo unitario. Un primo campo di confronto e tensione è quello che vede accostato il termine, in sé rassicurante ed elogiativo, di Risorgimento a quelli, ben più inquietanti ma produttivi, almeno sul piano storiografico, di rivoluzione e guerra civile. Il Risorgimento è un termine assai poco congruente, nella misura in cui rinvia alla preesistenza di una comunità unitaria, o indirizzata in tal senso, che nella penisola era ben lontana dal darsi. Alle faglie di ordine politico e amministrativo, ai sei Stati indipendenti e al Lombardo-Veneto, si sommavano, interagendo, le fratture di natura sociale. Il percorso di unificazione fece saltare una serie di elementi già in precario equilibrio, aprendo a un periodo di forti instabilità che soltanto un quindicennio dopo riuscì a risolversi con la progressiva integrazione di parte del notabilato e delle nuove élites meridionali negli organismi dello Stato. Così, in una storia complessa, poiché stratificata al suo interno da più motivazioni e da diversi attori, è rivoluzione il processo messo in moto da Garibaldi nel 1860, dove però a contrapporsi erano siciliani a napoletani; mentre fu guerra civile quella che derivò, dopo la conclusione del regime borbonico, tra quanti pensavano alla «patria italiana» e quanti invece si rifacevano a quella napoletana. Nord contro Sud in più di un aspetto ma anche territori meridionali gli uni contro gli altri. Espunta dalle storiografie celebrative, la nozione di guerra civile ritorna qui con una sua plastica fungibilità, come già aveva fatto efficacemente Claudio Pavone per la lotta di Liberazione. Del pari, ciò che ci è restituito del Mezzogiorno non è una storia unitaria, ben poco congruente con lo stato delle cose; semmai il territorio viene riletto come un insieme di poli differenziati, tra di loro anche in relazione antagonistica. Il conflitto, il suo perpetuarsi e rinnovarsi, è quindi al centro dell’analisi che l’autore fa del percorso dell’unificazione italiana. Per Lupo non è ascrivibile solo alla dimensione sociale, rinviando piuttosto a una coscienza politica sia pure in fieri. La rilettura del brigantaggio, che viene fatta nel terzo capitolo del libro, è molto lontana da qualsiasi concessione di comodo alle tesi nobilitanti verso un fenomeno dove l’intreccio con la questione criminale era e rimane palese. Tuttavia, non si accoda neanche a una facile stigmatizzazione, cercando piuttosto nelle rivendicazioni confuse e velleitarie di un «regno a venire», che avrebbe dovuto sanare le ingiustizie del presente, il calco più profondo di reazioni violente e gratuitamente assassine. Lupo, in tale modo, ci ricorda che la politica ha ben poco di nobile, nel suo freddo realismo e nel suo essere, prima ancora che il riscontro di un progetto, il prodotto di circostanze spesso occasionali e, quindi, imprevedibili. A volte anche ingestibili, almeno finché non si fa ricorso alla spada e al fuoco, come nel caso dell’adozione degli statuti di emergenza e della sospensione del diritto albertino (non altrimenti poteva definirsi l’estensione della legge sabauda a tutta la penisola) con la legge Pica la quale, tuttavia, ebbe il merito di dare un colpo netto al brigantaggio in quanto evento criminale, destinato altrimenti a muoversi secondo logiche a sé, indipendenti dai moventi politici iniziali. Più in generale lo sforzo dell’autore è genuinamente teso a dare una piegatura critica alla riflessione storiografica, cercando di fare tesoro della maturità che deriva dal distanziamento temporale da quei fatti, così come dalla crescita di strumenti dei quali il laboratorio dello storico può oggi fruire più di quanto non capitasse anche solo qualche decina di anni fa. Cosa, questa, che difetta invece in un dibattito collettivo deludente, sospeso tra gli echi delle celebrazioni di un rinnovato patriottismo acritico, senza oggetto, e quelli delle polemiche pretestuose. Una comunicazione pubblica soprattutto ostinata nel ripetere una sorta di guerra dei ruoli in un’epoca di populismi disarticolanti. Per Lupo, all’impostazione narrativa cristallizzata deve contrapporsi la cognizione del pluralismo del quadro storico, della dialettica tra consapevolezza e incoscienza che animò molti dei protagonisti di allora, della medesima contraddittorietà che stava alla base di molte scelte. Solo così l’unificazione del nostro paese, dove si divenne italiani anche un po’ per caso, può superare la sua natura reificata, di oggetto di culto come, alternativamente, di denigrazione, per tornare a indicare quanto l’identità collettiva sia il frutto del mutamento conflittuale più che di un fittizio patto consensuale.