Recensione
Luciano Genta, La Stampa Tuttolibri, 07/01/2012

Un girotondo di figure nel bosco fatato

Anno mirabile il 1972 per l’editoria dei ragazzi : si varò la prima legge per le biblioteche di pubblica lettura, si aprirono la De Amicis a Genova e la libreria di Roberto e Gianna Denti a Milano, uscì da Einaudi “Guardare le figure” di Antonio Faeti ora riproposto da Donzelli. Una pietra miliare negli studi di una letteratura analizzata oltre gli stereotipi del genere minore, attraverso i suoi illustratori, non solo i celebri, da Mazzanti e Chiostri a Yambo e Cambellotti, Angioletta e Tofano, ma soprattutto i minori e i minimi, come subito sottolineò Calvino elogiando l’autore, bravissimo, ottimo critico proprio per la sua capacità di individuare e valorizzare dimenticati e sconosciuti figurinai, tra fine ‘800 e metà ‘900, e la loro arte solo in apparenza povera. Faeti, allora maestro elementare di anni 33, ben presto prima ( e a lungo unica) cattedra universitaria di letteratura per l’infanzia a Bologna, gettò le fondamenta di una scuola fertile di allieve, da Emy Beseghi a Giorgia Grilli, e di officine parallele, dalla libreria Stoppani con le Giannine alla rivista Hamelin e all’Accademia Drosselmeier. Le sue ricerche, sviluppate con strepitosa, onnivora erudizione in decine di altri titoli, dalla Bicicletta di Dracula alla Freccia di Ulcera e La prateria degli asfodeli, diventarono punto di riferimento per insegnanti, bibliotecari, giovani critici. Ora, in una nuova autobiografica introduzione, Faeti rievoca quell’inizio , concepito non a caso nel ’68, embrione di un cambiamento culturale profondo, in alto e in basso; spiega origine, motivazione e metodo del suo trattato di sociologia dell’immaginario, in cui i libri per bambini ( i libri della sua povera e orfana infanzia, che in casa erano più del pane) sono il pretesto per una esplorazione indiziaria, ermeneutica, in cui immagini e testo si intersecano. Ogni pagina cita, allude, rimanda: è, diremmo oggi, un link e connette pittura, grafica e narrazione. Occhio e mente del lettore inseguono la pallina di un flipper che rimbalza freneticamente qua e là prima di andare in buca: come nelle fiabe , sembra di perdersi nel bosco, finché non si ritrova la strada e ogni cosa è illuminata. Così il libro ha potuto affermarsi e fecondarne altri, modello di interpretazione delle visioni dell’infanzia : proprio illuminando , oltre e contro le buone intenzioni pedagogiche del testo, le trasgressioni delle immagini , sempre subordinate eppure egemoni, con cui i figurinai, come pifferai di Hamelin, risuscitavano il mondo sotterraneo dei piccoli lettori, temuto e vietato dagli adulti, fra orrido e grottesco, disordine e violenza, paure e desideri, omini nere e fate turchine. Fattori determinanti nell’igiene e nella psiche infantile , insegnò Benjamin; quell’inconscio rivelato dalle fiabe che unisce bambino a adulto, annotò Rodari nella sua “Grammatica della fantasia” (1973), osservando in casa Faeti i suoi dipinti dedicati alle funzioni di Propp. Oggi più che mai il libro vive come documento di un mondo perduto e racconto d’epoca , che nella biografia dell’autore coincise con il colonialismo onirico del made in Usa, tra narrativa, fumetto, cinema. Stupisce che esca dal catalogo Einaudi proprio nel centenario del suo fondatore. Conforta che riprenderlo sia Donzelli, l’erede più fedele di quella tradizione . E si spera resista a lungo, solo correggendo qualche curioso refuso: i frati che da laidi diventano laici e il fascismo che si capovolge in fascino. Quasi un lapsus freudiano, si divertirà Faeti, pensando al babbo in integerrima camicia nera.