Recensione
Santo Alligo, Il Sole 24 ore, 24/12/2011

Pubblicato quarant'anni fa.....

In principio era il nulla. Poi, con il viatico di un padrino quale Italo Calvino e dopo essere stato tenuto a battesimo da Daniele Ponchiroli che gli impose un titolo veramente indovinato (invece de “Il cuoco Trol” datogli dall’autore), vide la luce, nel 1972, il saggio “Guardare le figure” dell’esordiente Antonio Faeti. Prima di allora, in Italia, nessuno aveva dedicato un saggio alla illustrazione per ragazzi. Ma come scrive Faeti, nel lunghissimo saggio introduttivo che Donzelli ha appena pubblicato nella ristampa di “Guardare le figure”, la sua prima opera «non è, assolutamente, né una storia della letteratura per l’infanzia, né una storia delle illustrazioni dei libri per i bambini». Ma allora, che cos’è? «È un trattato di sociologia dell’Immaginario che prende a pretesto i libri per bambini». Perciò un saggio molto diverso dagli studi filologici sugli illustratori e sull’illustrazione che, solo pochi anni dopo, altri studiosi hanno portato avanti con passione e rigore. Certo, sul piano filologico, il meritorio saggio di Faeti, a tutt’oggi anche il suo libro più fortunato e conosciuto, non era immune da difetti in quanto seguiva un indirizzo che privilegiava esclusivamente i libri della propria collezione. Ma perché Faeti “osa” riproporre, a distanza di quattro decenni, il medesimo testo senza toccare una virgola? Giustamente l’autore ritiene questo saggio un classico come lo sono i romanzi che, così come sono stati scritti, devono essere tramandati; come un romanzo Faeti vorrebbe lo si leggesse oggi. Inoltre, come spiega nell'introduzione, i possibili mutamenti farebbero perdere al testo il valore di documento che, a suo avviso, il saggio possiede. Io devo moltissimo a Faeti e al suo fondamentale “Guardare le figure”; a lui sarò sempre grato per questo dono che mi ha fatto. È grazie a Faeti, a Paola Pallottino e all’indimenticabile collana “Cento anni di illustratori” da lei diretta, che ho cominciato a collezionare libri tanto da raggiungerne una certa conoscenza. Quanti grandi autori italiani ho scoperto nel libro pubblicato quarant’anni or sono da Einaudi. A parte i “figurinai”, per me rimasti minori, come Bongini e Piattoli, ma a cui Faeti dedicava molto spazio, altri si rivelavano a me, grandissimi: Alberto della Valle, Golia (Eugenio Colmo), Antonio Rubino, Umberto Brunelleschi Brunelleschi, Aleardo Terzi, Duilio Cambellotti, Francesco Nonni, Bruno Angoletta, Sergio Tofano (Sto), Piero Bernardini, Mario Pompei, Beppe Porcheddu... solo per citare alcuni nomi. Figurinai, li aveva chiamati Faeti, con una definizione molto bella e affettuosa; ma gli studi che sono seguiti al suo saggio hanno dimostrato che erano artisti nel vero senso della parola. Faeti scrive che le immagini sparse nei volumi editi alla fine dell’Ottocento «erano tollerate dal pedagogico sussiego degli autori dei testi, che temevano di vedere “abbassato” o “tradito” il tono letterario». Ma così non era. Lewis Carroll, ad esempio, si affidò a John Tenniel per le illustrazioni di “Alice’s Adventures in Wonderland” e ritardò la pubblicazione di “Through the Looking-glass” in attesa dei disegni del medesimo artista. Questo la dice lunga su quello che pensavano gli scrittori di prima grandezza, vedi fra tutte anche le edizioni di Charles Dickens illustrate dai sixties). Bene a fatto Donzelli a rendere di nuovo disponibile in libreria “Guardare le figure” che in copertina propone - dopo il mitico Sor Pampurio di Carlo Bisi dell’editio princeps e il Carlo Chiostri (straordinario “figurinaio” cui è dedicato il lavoro) della riedizione - la stupenda immagine di Sergio Tofano. Per chi volesse affiancare a questo insostituibile volume un altro imprescindibile saggio, dal taglio più filologico e ora alla terza riedizione riveduta e corretta, consigliamo la “Storia dell’illustrazione italiana” della Pallottino edito da Usher Arte.