Recensione
Redazione caffè letterario BO, Repubblica.it Bologna, 16/12/2011

Chi ha ucciso i figurinai

Sono ormai 40 anni dall’uscita di Guardare le figure di Antonio Faeti. Era il 1972, editore Einaudi; ora torna in libreria grazie a Donzelli. E venerdì scorso alla Biblioteca Salaborsa Ragazzi si sono dati appuntamento Emy Beseghi, Roberto Farnè, Carmine Donzelli, Silvana Sola e Marco Dallari per festeggiare con Faeti il ritorno di un libro capitale per lo studio della cultura italiana attraverso l’illustrazione per l’infanzia, le immagini dei figurinai. Un saggio, o forse un giallo che risponde alla domanda: “chi ha ucciso i figurinai?”

Ma prima di tutto, chi sono i “figurinai”? Disegnatori come Yambo, Mussino, Rubino, Bisi, Angoletta, Tofano e molti altri che per Faeti «hanno una radice antropologico-culturale comune. Eravamo tutti imbevuti di quella cultura. Loro erano persone che avevano la miseria di un Paese come l’Italia, risentito contro gli Austriaci e che vuole uscire dalle strettoie della storia. Dovevano dimostrare qualcosa, quei poveri disgraziati di figurinai! Pensate che Tofano mi disse che preferiva parlassi di più di lui come attore!»

Faeti studia matite scomode, anche delle riviste fasciste, proprio mentre il 1968 attacca la tradizione e l’immaginario italiano. Ma in Einaudi c’è chi ha capito, come scrive Calvino, di essere in presenza di un figlio di nessuno, ma «ottimo critico»: «hai quella dote critica mai abbastanza lodata di saper individuare e valorizzare i minori e i minimi, di sapere che l’arte – e la letteratura – vive della minuta verità dei minori e dei minimi». E di guardare attraverso le figure alla cultura italiana.

Al tempo in Einaudi è appena entrato Carmine Donzelli, che ricorda quanto il libro impegnasse tutti: «il direttore editoriale Giulio Fornari, il caporedattore dell’ufficio tecnico Oreste Bonina, il caporedattore Daniele Ponchiroli. Era una sfida grafica ed economica, tra nove figure a colori da stampare in quadricomia e altre usurate, difficili da riprodurre».

Antonio FaetiQuelle immagini restano nella mente e nel cuore di Donzelli. Apre la sua casa editrice e si interessa al rapporto tra testo e immagini, così riprende Guardare le figure. E succede l’imprevisto: il libro è fuori catalogo («il vecchio marchio Einaudi non l’avrebbe mai permesso!»). Prova rabbia, ma anche gioia perché può ripubblicarlo. Lo chiede a Faeti alla Fiera del libro per ragazzi, alla libreria Giannino Stoppani, e lui dice sì a due condizioni: «che il testo resti quel che era; che ci sia lo spazio per una nuova introduzione». Affare fatto.

Faeti oggi ride ripensando al suo arrivo a Einaudi: «mi ero vestito da einaudiano, con giacca, cravatta e un cappotto che ancora conservo con ardore feticistico. Mi avevano fatto l’esame, e si erano detti: più in basso di così non andremo mai!». Ma mentre ride guarda già avanti, a L’estasi rinviata, seguito di Guardare le figure, che si spera nasca presto.

Resta però la domanda: chi ha ucciso i figurinai? I colpevoli sono i vincitori della guerra dell’immaginario: «Disney, la pubblicità, la tv», dice Faeti. E viene in mente Mario Lodi, maestro come Faeti negli anni Sessanta, che in Il paese sbagliato (1970), racconta della sua scolara Lorena, improvvisatrice di canzoni, di parole e melodie per esprimere i suoi sentimenti, sofferenza e felicità. Poi un giorno la bimba smette di improvvisare, impara le canzoni dello Zecchino d’oro, quelle che passano alla radio e alla tv, e quella sofferenza e quella gioia non trovano più l’espressione originaria. Come le immagini dei figurinai, che, spiega Faeti, «finiscono con il loro mondo antropologico-culturale. Erano quell’Italia che non c’è più».