Recensione
Michele Lupo, www.lankelot.it, 27/11/2011

Il saggio sull'Unificazione

"Il saggio L’Unificazione Italiana (Mezzogiorno, rivoluzione, guerra civile) chiude con esemplare e non ovvia dilemmaticità l’anno non glorioso delle celebrazioni relative ai 150 anni dell’unificazione italiana. Lo storico Salvatore Lupo (a preliminare scanso di equivoci: nessuna parentela con chi scrive) licenzia un fitto compendio dei tratti più controversi e non sempre notissimi di un passato del quale la parola Risorgimento a suo avviso “occulta le contraddizioni dei patrioti, l'alternarsi di solidarietà e faziosità, amore per la libertà e autoritarismi, che derivava dal carattere passionale ed estremo delle loro convinzioni, nonché dalla violenza dello scontro in cui essi stessi e i loro avversari erano impegnati”.

Dunque, un lavoro teso da una parte a smitizzare la retorica a volte fastidiosa sull’argomento, dall’altra a non svalutarne il portato storico per inseguire la vulgata revisionista che legge la vicenda semplicemente come un’effrazione violenta - la nota piemontesizzazione forzata ai danni del Sud - in taluni casi, vedi il recente Terroni di P. Aprile, non privo di accenti apocalittici nella ricerca avventurosa di paragoni con le “atrocità naziste”. Lupo ricorda che durante l’anno che sta per finire “il numero delle bandiere tricolori esposto nelle città meridionali è stato inferiore rispetto a quelle settentrionali”. Che esistono ancora gruppi di cattolici estremisti o sedicenti neo-borbonici che parlano dell’unificazione alla stregua di un complotto massonico. Che tuttavia alla morte di Cavour i moderati spingono verso soluzioni alquanto decise – per usare un eufemismo. Per loro “i cafoni” non erano educabili, se non come si fa con i bambini.

Anche per questo la parola rivoluzione gli sembra più consona, ché in essa, va da sé, anche nelle migliori possibili, gli elementi contraddittori, conflittuali, estremistici, sono per così dire strutturali – ed è il caso di rintracciarne gli esempi nella storia che un secolo e mezzo fa cambiava la faccia della penisola. Laddove invece il termine Risorgimento “ha un che di edificante” che non corrisponde a suo avviso all’effettivo svolgimento dei fatti, e alla variegata, eterogenea messe di propositi, idee, intenzioni. “L'unificazione italiana, come quasi tutti i grandi eventi storici, non era ineluttabile, era un sogno e un progetto di certi movimenti politici che si concretizzò attraverso brusche accelerazioni, guerre, imprevedibili vittorie e repentini collassi, azioni e reazioni anche incoerenti”. Non solo i suoi vari protagonisti e comprimari volevano cose diverse, ma la questione meridionale aprì le porte com’è noto a una vera e propria guerra civile. Tuttavia, non tutti i briganti erano banditi, e Napoli non era Palermo. La prima più sensibile ai principi di una costituzione liberale. La seconda con la prima in aperto conflitto. Il regime borbonico meno arretrato di quanto spesso si dica. Meno reazionario della monarchia sabauda. Il brigantaggio riuscì a essere “politico in Lucania, non in Calabria”. E via di questo passo.

Un esercizio di distinguo, quello di Lupo, al netto delle opposte tifoserie. Di ricerca fra le pieghe meno esplorate di una storia di cui ancora non sappiamo tutto. Soprattutto delle contraddizioni locali. Quelle che costarono errori di giudizio allo stesso Garibaldi. Da cui forse emerse anche una proto-mafia, organizzata grazie allo sfruttamento subdolo di forze ribellistiche da parte dei signori in funzione antistatale.

Ora, secondo Lupo, riguardo al brigantaggio occorre ricordare che “gli aspetti criminali e quelli strumentali non escludono quelli ideologici, nel nostro caso i sentimenti di fedeltà alla monarchia e alla patria napoletana”. Del resto, diceva Giustino Fortunato che “Il brigantaggio fu reazione sociale della plebe, non un tentativo di reazione borbonica o di autonomismo”, bensì un moto positivo ancorché “sostanzialmente di indole primitiva e selvaggia, frutto del secolare abbrutimento di miseria e di ignoranza delle nostre plebi rurali”. Una storia difficile da decifrare sino in fondo. Un libro quello di Lupo che riesuma fatti poco noti, microstorie persino, ognuna delle quali complica una lettura unitaria dell’unità italiana, e rimette in gioco luna serie di domande ancora in cerca di una soluzione definitiva.