Recensione
Massimo Onofri, Avvenire, 26/11/2011

Buongiovanni, autofiction come avvocato dei pentiti

Li abbiamo conosciuti nel 2008, quando arrivò in libreria il romanzo di esordio di Arturo Buongiovanni, Intendo rispondere, e ci siamo affezionati: l’ispettore Auricchio, “il decano dei poliziotti di Torre Annunziata”, uno che conosce tutti nel paese, compresi i malavitosi, sin dalla “loro sventurata adolescenza”; Armando D’Alterio, il magistrato di poche parole e di grande rigoe morale , di straordinaria correttezza professionale; ma soprattutto lui, Ferdinando O’Curt, diventato latitante dopo aver ucciso accidentalmente un suo amico d’infanzia e perciò costretto ad affiliarsi alla camorra, ma che, nonostante le efferatezze di cui s’è macchiato, ha quello sguardo buono, “intenso e triste”. Si tratta di personaggi di romanzo, ma anche uomini in carne ed ossa, protagonisti di una delle più note vicende giudiziarie degli ultimi anni, che ritroviamo ora in “Quando finisce il mai” proprio là dove li avevamo lasciati in Intendo rispondere: nel momento esatto, cioè, in cui Ferdinando decide di pentirsi , consegnando la sua vita nelle mani di D’Alterio, per salvare l’unica cosa che conta, sua moglie Anita, i suoi due piccoli bambini, il secondo dei quali affetto peraltro di epilessia . Si dovrà solo aggiungere un particolare non da poco : che in “Quando finisce il mai” entra in scena, come personaggio, proprio il nostro autore, Arturo Buongiovanni. Siamo dunque in conclamata autofiction, ma Buongiovanni non è uno scrittore qualsiasi, è nientemeno che l’avvocato di Ferdinando ( e in seguito di molti altri collaboratori di giustizia) : colui che si troverà a difenderlo dall’accusa falsa e infamante di aver ucciso il giornalista Giancarlo Siani, rischiando di perdere l’appena ottenuto regime di protezione garantito dallo Stato. La domanda s’impone: che libro è “Quando finisce il mai?” Secondo quali motivazioni è stato scritto? Verrebbe facile rispondere che siamo dentro la galassia Saviano. Epperò, questo romanzo di Gomorra non ha nulla. E’ privo, intanto, di quella declinazione da New Giornalism dentro la cui tradizione, bene o male, Saviano si colloca. Ma gli manca del tutto anche l’ambizione letteraria: Buongiovanni non è interessato ad entrare in nessuna storia della letteratura, né a verificare - fatti salvi i diritti di una lingua chiara e comunicativa – nessuna originale o sperimentale idea di stile e di romanzo. Ciò da cui muove è la convinzione , assolutamente fondata, di essere depositario di un’esperienza eccezionale, accompagnata dalla voglia di raccontarla, con tutti gli strumenti necessari per farlo bene e in modo avvincente , con un’indubbia capacità di introspezione psicologica e nella consapevolezza che niente è mai facilmente dirigibile, quando si parla di bene e male, si trattasse pure del più incallito dei criminali. A cominciare dalla rappresentazione senza veli di se stesso, uomo di grande scrupolo professionale, ma pieno di incertezze, ai primi passi di una carriera dove conta, innanzitutto, sbarcare il lunario. Sì, il Buongiovanni che esce dal romanzo ci convince davvero: al punto che ci piacerebbe averlo come amico. Nessuno meglio di lui ha saputo spiegare , dal suo specialissimo angolo, che cosa sia stata umanamente la mafia e la camorra in questi anni, quale la guerra che si è combattuta e si combatte ancora nelle procure d’Italia.