Recensione
Ferdinando Fasce, L'Indice, 01/10/2011

L'America secondo i minatori del Kentucky

“Questo è in primo luogo un libro di storia, che quindi segue un generale flusso cronologico, sia pure con frequenti prolessi e analessi, anticipazioni e flashback. Tuttavia, questa storia è raccontata per mezzo di una moltitudine di storie dette da una moltitudine di voci. Come un regista cinematografico, o un direttore d’orchestra, ho pensato al mio compito soprattutto come quello di costruire un discorso coerente e di esprimere il mio pensiero attraverso la voce di altri (…)ho pensato soprattutto in termini musicali, l’antifona di solo e insieme nel jazz, o le forme che confluiscono nell’oratorio barocco una sequenza di arie ( qui lunghe citazioni di singole voci) e di corali ( rapidi montaggi d’insieme di brevi citazioni che sembrano parlare contemporaneamente) tenute insieme dal recitativo , la mia stessa voce che connette, commenta, interpreta senza peraltro spiegare tutto”. Così l’autore, uno dei massimi esperti internazionali di storia orale, presenta questo suo complesso , ma accessibilissimo lavoro. Complesso perché vi confluiscono quarant’anni di visite, e di indagini in biblioteca e in archivio, di Portelli nel centro minerario di Harlan County (Kentucky), nel cuore di Appalachia, regione degli Stati Uniti distesa per quasi quattrocento contee e tredici stati , lungo l’omonima catena montuosa. Accessibilissimo perché sempre sostenuto dalla voglia di raccontare e di farsi ascoltare , dopo tanto aver ascoltato ( il libro si fonda sullo straordinario patrimonio di centinaia di interviste a diverse generazioni di appalchiani di diversa razza, etnia, genere.)

Portelli approdò a Harlan la prima volta nel 1973, sugli echi della musica ( gli Almanac Singers di Pete Seeger e Woody Guthrie, Aunt Molly Jackson e Jim Garland, questi ultimi entrambi originari di Harlan County) attraverso la quale, sin dalla metà degli anni sessanta, era venuto scoprendo la faccia nascosta del pianeta operaio, in quegli Stati Uniti di cui “in Italia prevaleva un’immagine (…) come società senza conflitti di classe”. E Harlan, al centro minerario di “Which side are you on?” e “Join the CIO”, l’avamposto dello scontro di classe del quale si urlava, in musica, nel 1932, “sprofondiamo questo marcio sistema / negli abissi più profondi dell’inferno”, “diventò un punto di riferimento nella mia immaginazione – scrive Portelli, - in parte mitizzato ma carico di significato”. Giunto a Harlan, però, Portelli presto si rese conto che “le mie fonti di ispirazione - Sarah Ogan, Molly Jackson, Jim Garland, Florence Reece – non erano più presenti nella memoria viva di Harlan , da cui erano state esiliate sin dagli anni trenta . Harlan era più complessa e contraddittoria di come l’avevo immaginata - e questo non fece che aumentare la passione e il mio desiderio di saperne di più”. Ecco allora l’inizio di un’appassionata frequentazione tra le due sponde, che il libro restituisce, guidandoci per due secoli ( anche se il cuore della ricerca è concentrato sul “secolo americano”, qui colto nei suoi controfaccia più aspri e dirompenti ) di microstoria di quest’area e al tempo stesso facendoci scoprire, dall’interno, come funziona l’immaginazione storiografica di un grande studioso. Uno studioso alle prese con gli eterni problemi dello “stare là, scrivere qua”, del come scivolare in una comunità offrendo in cambio la propria “ignoranza” e il proprio “desiderio di imparare” , conscio della natura dell’intervista “ come un esperimento di uguaglianza che non consiste nel fingersi tutti uguali ma nel mettere in campo la differenza e la disuguaglianza facendone (…) il tema implicito del dialogo”. Una consapevolezza, questa, che non deriva all’autore dai manuali, ma dall’incontro con Julia Cowans, nipote di schiavi , che gli dice: “ E ti dico che effetto fa una cosa simile: anche se tu non mi hai mai fatto niente , ma perché sei bianco, a causa di quello che mi hanno detto i miei genitori (…) Non mi fido di te, capisci”. Il libro ripercorre la struttura del lavoro nelle miniere , sullo sfondo di alterne fortune dell’industria del carbone, un settore attraversato dalla costante tensione, ma anche dalle convergenze e integrazioni funzionali , tra le piccole imprese a base locale e le grandi corporations nazionali. Ricostruisce la mappa sociale e culturale locale, materiata di minatori, farmers, imprenditori, proprietari terrieri, chiese evangeliche , sezioni sindacali, e sospesa fra la sottomissione ai poteri forti e l’incessante ricerca di forme di autodeterminazione comunitaria. Vi emerge, come un basso continuo, e rinnovato, nel tempo, lo sforzo della gente di ricostruire “la fiducia in se stessi”: la sola base della quale, scrive Portelli, può ricominciare “la lotta per la sopravvivenza, magari per lottare un altro giorno”.